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Comune e attualità alessandrina
Necrologio della piscina
Aydin (*)
Storia semiseria della decadenza di una delle più belle vasche d’Italia


Per vent’anni “prussianamente” bella. Poi un’agonia anche finanziaria

Buffalmacco a Calandrino gioca un tiro molto fino. Così s’ iniziavano le storielle in versi settimanalmente pubblicate sulla prima pagina del Corriere dei piccoli. Ad esse, più che al Boccaccio, ci riconduce la tragicomica novella della non apertura della piscina comunale di Alessandra, che andiamo a narrare. Nella ricca, nebbiosa e piatta Padania sorgeva tra verdi pioppi e dorato granoturco una media città di provincia che faceva eccezione. E questo non per la nebbia. A differenza dei poco fantasiosi padani, i suoi abitanti si consideravano furbi. E lo erano anche. Entro le mura. Meno se ne mettevano fuori il naso.

In passato gli alessandrini alcune cose notevoli le avevano fatte, come l’ospedale infantile, la centrale del latte e una piscina comunale tra le più grandi e belle d’Italia. La piscina, quando era ben tenuta e ben gestita, era frequentata dal “meglio” della provincia che ne aveva fatto centro di ritrovo estivo. L’ unico neo era  l’ eccessivo affollamento. Tant’è vero che i “bene” locali vi andavano solo al mattino lasciando il pomeriggio al dominio delle folle. Al solo ricordo gli alessandrini cadono nel lacrimevole, presi da struggente nostalgia, dilaniati dal “cafard” come vecchi legionari. In teoria la gestiva il Comune, ma in realtà il potere assoluto lo deteneva un mitico, intimorente bagnino che mai pronunciò parola se non in dialetto, svelto nell’agire contro chi osava profanare il suo regno. Nessuno si permetteva di gettare per terra una cicca, mettersi a berciare o dare noia ai presenti, onde non suscitarne l’ira seguita da immediata reprimenda. Il servizio del bar era buono, anche se non troppo sofisticato. L’acqua, un tantino gelida per i continui cambiamenti, sempre pulitissima e così tutto il resto.

In questa atmosfera un po’ prussiana, per vent’anni tutto filò splendidamente e a prezzi più che accettabili. Poi avvenne un fatto strano che non trova giustificazione. Proprio negli anni in cui cominciavano a sorgere le prime piscine private, in verità bruttine e dalle acque non sempre ineccepibili, quella Comunale fu lasciata decadere. Ragazzotti furono lasciati impazzare spadroneggiando con molestie, risse, ululati, distruzione di infissi e altre attività similari. La manutenzione si ridusse progressivamente, mentre il bar era sempre peggio gestito. E così, mentre crescevano le private, quella Comunale andò sempre più giù. A questo punto vennero fuori i “Calandrini” della situazione, soliti partire il martedì per andare a Roma e tornare il venerdì a raccontare meraviglie agli alessandrini che li ascoltavano a bocca aperta per lo stupore. La capitale era una specie di paese di Bengodi con soldi a fiumi per tutti. Bastava, come avevano spiegato loro i “Buffalmacchi” romani,solo la piccola fatica di chiederli. “Il Bormida è inquinato? Vi daremo 1200 miliardi. Per l’aeroporto? Ve ne daremo altri 1000. Vi mancano 18 miliardi per impianti sortivi? Una sciocchezza! Ve li daremo!”

I Calandrini, obnubilati dal libero ingresso nella caverna di Ali Babà, trascurarono due piccoli e marginali particolari. I Buffalmacchi parlavano sempre e solo al futuro e i soldi venivano distribuiti come noccioline, ma solo sotto un certo parallelo geografico, ben lontano da quello di Alessandria. I Calandrini, ratti ad apprendere, impararono ben presto come si fanno si fanno le richieste in quel della capitale . Per essere avanti nella graduatoria dei questuanti nazionali fecero estendere una relazione molto enfatizzata sullo stato di conservazione della piscina presentandola, anche se non era assolutamente vero, come un mucchio di rottami in disfacimento. Nel contempo smisero pure del tutto ogni forma di manutenzione, ritenuta uno spreco, e si sedettero tranquilli sul bordo dell’acqua ad aspettare i 18 miliardi, loro promessi dal Credito sportivo, di cui tre e mezzo destinati alla piscina, fantasticando sul roseo avvenire della città.

Il risultato lo conosciamo tutti. Seguendo le migliori tradizioni della beffarda novellistica trecentesca, i Buffalmacchi non diedero nulla, ma proprio nulla, ai Calandrini, che si trovarono con la piscina chiusa per motivi di inagibilità, un’altra volta gabbati da chi furbo era davvero. Mentre gli alessandrini, se volevano nuotare, potevano farlo nella vasca da bagno di casa loro, visto che anche tutti i fiumi locali erano inquinati e vietati all’uso.

(*) - GUIDO MANZONE (con lo pseudonomo AYDIN lo ricordiamo sempre volentieri)

LA  STAMPA  17 Giugno  1990

 

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