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Il futuro del centro-sinistra
La fisarmonica del centrosinistra
Mauro Calise

(*) In un anno, è cambiato tutto. Dal partito a vocazione maggioritaria, proteso oltre l’asticella del 40% per prendersi da solo il governo, siamo passati alla fisarmonica. A geometria – e alleanze – variabili. In tutte le direzioni. Cassata, almeno per il momento, la troppa impegnativa coalizione, la discussione si sposta sul terreno più flessibile – e, ovviamente, friabile – degli accordi di scopo. Liste civiche sul fianco destro, liste civetta sul territorio, liste unitarie – ma non troppo – col campo progressista che l’ex-sindaco di Milano sta provando a mettere in campo. Un frenetico via vai di messaggeri, trattative, e tavolini imbanditi di buoni propositi. Cui, però, mancano ancora i voti. Perché l’unica certezza, al momento, è che la folla e l’attenzione ai convegni riguardano soprattutto i politici, i diretti interessati all’ipotesi di riuscire a strappare un seggio in più. Molti colonnelli e capitani, ma di truppe poca o nessuna traccia.

E’ questa la principale novità rispetto allo scenario dominante fino al flop referendario. Prima, la scena era occupata dai leader, e dai sondaggi che ne scandivano le sorti. Pochi big – Renzi, Grillo, Berlusconi con Salvini a fare da outsider – che provavano a spostare il paese, in blocco, dalla propria parte. Oggi, siamo in un’altra era. I leader sembrano passati di moda. Renzi costretto a fare un passo indietro, Grillo che lo ha fatto sua sponte, il Cavaliere soprattutto impegnato a impedire il sorpasso leghista. Con la rassegnazione crescente che nessuno ce la farà a prendersi la posta. Da cui il ritorno della micropolitica. Quella dei piccoli passi. Uno avanti, uno di lato e un altro chissà dove. Nell’illusione che possa servire a spostare l’elettorato di qualche decimale di voto.

Su questo tipo di nuovo scacchiere, un ruolo importante - se riuscisse davvero a passare – lo giocherà la nuova legge elettorale. Che è stata costruita con l’intento di favorire gli accordi tattici, diversi collegio per collegio, a seconda delle convenienze – ipotizzate – dei vari attori. Non si capisce ancora se il Pd, alla fine, darà il via libera. Vale a dire, non quello ufficiale, ma quello reale che funziona con il passaparola all’ultim’ora. Né si sa se, con il voto segreto, i parlamentari Pd si allineerebbero tutti. L’unico, nel centrosinistra, cui il Rosatellum conviene – sicuramente e apertamente - è Pisapia. Che ha fatto capire a chiare lettere che non ha alcuna intenzione di restare prigioniero degli odi personali che sono il principale alimento dei transfughi del Mdp.  E avrebbe tutto da guadagnare da un congegno che, almeno per un terzo dei seggi, premia qualsiasi tipo di aggregazione. A quel punto, sarebbe molto più facile lasciare gli orfani della ditta a cuocersi nel proprio autoisolamento. E, soprattutto, puntare sulla sponda che, dall’interno del Pd, verrebbe offerta dai big – come Del Rio e Franceschini – che cercano in tutti i modi di spingere Renzi a riaprire i ponti, e il dialogo.

A parole, il segretario è d’accordo. Ma, dentro di sé, si rende conto che, in questa tela allargata, la sua leadership uscirebbe ridimensionata. Ma non è già così? Che cosa è, oggi, più pericoloso per Renzi? Il segretario ha pochissima voglia di accettare di cambiare gioco, infilarsi nel ginepraio sotterraneo della micropolitica in cui altri suoi compagni di partito sono notoriamente più abili. Ma, al tempo stesso, è consapevole che si muove sulle sabbie mobili. La situazione è così traballante che la resa dei conti nel Pd potrebbe essere anticipata anche a prima delle elezioni nazionali, qualora in Sicilia a novembre ci fosse una sonora sconfitta. Quindi, meglio giocare di rimessa. Conservando – almeno all’apparenza – «l’atteggiamento zen» che ha sfoderato nelle ultime occasioni pubbliche. Meglio non tirare troppo la corda. Almeno fino a quando c’è il rischio che possa essergli stretta intorno al collo.

                        ((^) “Il Mattino”, 2 ottobre 2017)

03/10/2017 14:44:07
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