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Il futuro del centro-sinistra
La lunga notte del 2017
Franco Livorsi


 Nox. 

Un nostro comune amico giorni fa, su queste stesse colonne, notava, in “Città Futura”, “una tensione interna eccessiva e nervosismi controproducenti”, “con qualche particolare accentuazione nel Partito Democratico”.  Va però notato che questa difficoltà d’intendersi non ha nulla a che fare con i rapporti personali, che al di là delle frizioni occasionali - che notoriamente si manifestano di tanto in tanto anche nei più piccoli gruppi umani, ma subito si superano - sono sempre stati buoni, e ora persino migliori che in anni passati. La difficoltà di comunicare non ha neppure a che fare con i contenuti del nostro giornale “on line”, che “in politica” mi sembrano più equilibrati che non anni fa. Ha a che fare, piuttosto, con divergenze a sinistra che - pur con ogni buona volontà dei singoli “civesfuturi” - sono ormai tanto radicali, in tutt’Italia, da configurare una totale incomunicabilità fra due “sinistre” (specie tra chi simpatizzi per il PD e chi per Liberi e Uguali): incomunicabilità che sembra vanificare ogni tentativo di dialogo unitario a sinistra, nell’Associazione. Il “giornale”, come luogo di confronto democratico e di sinistra, per contro rimane uno spazio cogestibile, anche perché ciascuno trova i propri referenti. L’Associazione per contro, qui come tra le diverse sinistre in tutta Italia, registra posizioni incompatibili, e tentare di sintetizzarle serve solo a farsi del sangue cattivo. I partecipanti lo sanno, e infatti sono sempre meno. Dirlo sarà impopolare e persino antipatico, ma da tempo mi chiedo se abbia senso anche solo cercare l’unità con chi seguita a respingerla persino scontando il prezzo della comune rovina della sinistra. Pur avendo sostenuto negli anni le posizioni più contraddittorie, le famiglie della sinistra trovano sempre nuovi motivi per farsi del male reciprocamente, anche se è ormai matematicamente accertato che accade sempre solo a vantaggio di forze che di sinistra non sono affatto.

   Ad esempio gli attuali capi di Liberi e Uguali, da Bersani a D’Alema, nel 2011 hanno sostenuto il governo Monti, compresa la riforma Fornero che fa lavorare la gente sino a 67 anni. Nel 2013, a ridosso di elezioni finite con una maggioranza relativa del PD, ma senza una possibile maggioranza parlamentare, non hanno voluto ripristinare subito il Mattarellum e tornare a votare (come secondo me si sarebbe dovuto e potuto facilmente fare, e lo sostenni “subito”, in uno dei nostri dibattiti interni). Hanno poi sostenuto il governo Letta, tenuto in piedi da Berlusconi: un Berlusconi che non fu cacciato dalla maggioranza di quel governo, ma se ne andò di sua iniziativa. In seguito, a causa delle divisioni tra Cofferati e il PD, i “sinistri” hanno regalato la rossa Liguria, persa per un solo consigliere, a Toti e al centrodestra. Hanno poi svolto il ruolo dei veri protagonisti della campagna contro il referendum in materia costituzionale voluto dal loro partito (che era il PD), sabotando l’ultimo dei molti tentativi fatti dal 1997, anzi dal 1990 in poi, di dare un po’ di governabilità stabile a questo povero Paese. In seguito hanno realizzato la scissione più assurda di tutta la storia della sinistra italiana, la quale in tutte le altre scissioni - pur più o meno sbagliate - si era divisa, sin dal ’47, su questioni epocali, e non certo perché il segretario del partito scisso fosse stato personalmente arrogante, cattivo e dispettoso. In seguito, in Sicilia, con le divisioni hanno fatto apparire il PD una terza o quarta forza, a solo vantaggio di un vecchio fascista, poi prevalso. Successivamente questi “sinistri” hanno avuto la possibilità di avere come leader uno che è stato il popolare, umanissimo e politicamente appassionato sindaco della città più importante d’Italia, Milano, cioè Giuliano Pisapia, ma lo hanno costretto ad andarsene a casa perché la linea di incalzare il PD da sinistra, ma da alleati – al referendum, in Sicilia e alle prossime elezioni – a loro non andava bene. Gli hanno preferito un personaggio stimabilissimo come giudice (Pietro Grasso), che dovrebbe cominciare a fare il leader di partito dopo i settant’anni, e che quindi, sapendolo o meno, è solo un re Travicello dei veri leader. Del resto avevano sostanzialmente mollato pure Cuperlo, il solo di livello contrapponibile a Renzi nel PD, reo come Pisapia di aver detto sì al referendum (gli avevano preferito, per ciò, il giovane Roberto Speranza). Più oltre ancora Fassino ha ricevuto da Renzi il mandato di trattare con tutta la sinistra esterna, fatta salva la difesa del “passato” da parte del PD, ma anche questa possibilità i “sinistri” non l’hanno colta. Al tempo stesso si dicono disponibili a trattare dopo le elezioni, per un “governo parlamentare”, che farà rientrare dalla finestra l’alleanza con Berlusconi che accusano Renzi di voler fare (ossia avremo forse il renzismo senza Renzi).

  Con ciò non voglio affatto dimenticare i limiti di Renzi. E qui non li ho mai dimenticati. Personalmente, anche da “renziano”, ho criticato qui l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, tanto più che copriva solo le aziende con più di quindici dipendenti, che in Italia sono il 5%. Anche a me sarebbe piaciuta una proposta di riforma costituzionale meno pasticciata (ad esempio - per andare al nodo principale - procedente dall’abolizione pura e semplice del Senato). Ma quando si fa una riforma del genere si deve pur fare qualche compromesso, sicché mi accontentavo di un Senato ridotto dei due terzi e di un assetto in cui la fiducia al Governo fosse data dalla sola Camera. E mi piaceva moltissimo la legge elettorale Italicum, che in caso di vittoria del referendum non sarebbe certo stata così “colpita” dalla Consulta. Invece mi è piaciuto e piace poco il Rosatellum bis, che consegnerà il Paese che è la seconda potenza manifatturiera d’Europa e ha un ruolo chiave nel Mediterraneo, a una lunga ingovernabilità: a prescindere da quale partito risulterà il primo alle elezioni. L’allegra indifferenza per questi vuoti di potere mi sembra veramente assurda. Ci sono sì stati in questi anni paesi a lungo senza governo, come la Spagna, ma lì c’è un’antica statalità, persino accresciuta da quarant’anni di dittatura, che controbilanciava il vuoto; pure in Germania ci possono essere vuoti di governo, ma la serietà del paese e dello Stato sono tali da contenere ogni spinta distruttiva. Ma l’idea che un Paese come il nostro possa avere mesi e persino anni di ingovernabilità, o, nella migliore delle ipotesi, di governo di minoranza di Gentiloni, in balia del voto seduta dopo seduta, senza maggioranza precostituita, in attesa di votare di nuovo - senza che ne approfittino gli speculatori di Borsa; senza che lo spread vada a 500 punti e senza che la Francia riprenda a comperarsi sotto costo aziende chiave - mi pare degna di un ottimismo qual era stato quello praticato dal filosofo Pangloss del “Candido” di Voltaire che credeva di vivere nel “migliore dei mondi possibili”. Comunque adesso c’è, col “Rosatellum bis” recentemente approvato e con cui a marzo voteremo alle elezioni politiche, un regime proporzionale al 75%; ma sono certo che chi ha provocato e voluto questo ritorno del proporzionale non si farà carico della responsabilità, cioè delle prevedibili e già previste conseguenze negative. Comunque non è affatto vero quel che ogni giorno ovunque è ripetuto: che in regime di proporzionale, la maggioranza di governo si vede solo dopo le votazioni. Dal 1948 in poi gli italiani hanno sempre saputo prima – forse solo con la parziale eccezione delle elezioni del 1962 – quale governo sarebbe scaturito dal loro voto se avessero votato da una parte o dall’altra. Ma oggi non si può saperlo, ed è gravissimo.

   E non è finita. La letale divisione a sinistra fa sì che ormai si pensi che la partita, nelle elezioni politiche del marzo 2018, sarà tra Movimento 5 Stelle e Centro-Destra. Ma entrambi non avranno poi maggioranza.

   Ho detto che il Rosatellum bis non mi piace. Sono persuaso che solo un sistema elettorale a due turni, con - o persino senza - premo di maggioranza (o con un premio “piccolo”), potrebbe dare un minimo di governabilità democratica al Paese, senza la quale in un’era di globalizzazione economica e di Unione Europea, come questa, l’Italia innescherà una crisi tale da mettere davvero in pericolo la democrazia e forse l’unità stessa della nazione, entro pochi anni.

  Sono anche persuaso che Renzi, dopo il 4 dicembre 2016, sia stato un motore che batte in testa o un pugile un po’ suonato. La partita della nuova legge elettorale è stata gestita male, essendo stati persi troppi mesi a tergiversare e senza difendere a fondo una posizione che fosse, rispetto alla propria strategia, una sorta di linea Maginot del maggioritario. Forse anche la Commissione d’inchiesta sulle banche è stata un autogol. Non ne sono certo, ma il prevedere che avrebbe innescato un duro moto contrario dei poteri forti finanziari e bancari posti “sotto tiro”, non avrebbe dovuto essere difficile (e infatti pare che l’astuto Lotti fosse contrario al fare tale Commissione). Inoltre, se si sapeva che la Boschi aveva quei problemi, sarebbe stato meglio tenerla fuori dal governo Gentiloni, tanto più che il cambio dopo il referendum l’avrebbe consentito senza troppi strascichi (su ciò Cuperlo ha ragione, anche se non so se l’abbia detto anche un anno fa). Oggi non difendere la Boschi e non candidarla, tatticamente per il PD sarebbe - a mio parere - molto difficile, e anzi impossibile politicamente. Tuttavia bisognerebbe distinguere tra valutazione giudiziaria (non “giuridica” come asinamente hanno detto persino giornalisti e politici nazionali per televisione) e valutazione politica. Per ora pare che dal punto di vista giudiziario non vi sia nulla. C’è dunque un problema di valutazione politica, e trovo giusta la posizione di Renzi che lascia l’ultima parola agli elettori.

   Non a caso ho inserito nel titolo di questo pezzo un richiamo al film “La lunga notte del ‘43” di Florestano Vancini (qui “lunga notte del 2017”). Siamo infatti, a mio parere, al crollo del “renzismo”. Matteo Renzi molto difficilmente potrà resistere a una tale gragnuola di colpi, che configura un attacco da tutte le parti. La sua testa è chiesta da tutti i partiti salvo il suo: persino da quelli che potrebbero allearsi con il PD dopo le elezioni. Il suo PD è attaccato dalla CGIL. E poi Renzi ha contro il potere finanziario (da Visco agli altri). E ha contro grandi giornali e televisioni, dal TG3 alla Sette e al “Corriere della sera” e pure all’”Espresso” e “Repubblica”, per non dire del “Fatto quotidiano” e del “Giornale” o “Libero”. Neanche uno che io giudico un genio della politica, come Togliatti, avrebbe potuto farcela in tali condizioni. Se Renzi dovesse prevalere in un quadro del genere sarebbe un capo carismatico di tipo epocale, ma non pare proprio. Io credo che Renzi lo sappia perfettamente, ma che da un lato speri che qualcosa possa accadere a favore suo e della sua parte (attendendo insomma un po’ di “fortuna” in senso machiavelliano) e dall’altro che debba semplicemente “tenere il punto”, facendo la sua parte, volente o nolente, sino alle elezioni. Forse, se è un vero animale politico, potrà cercare di condizionare alcuni “grandi giochi” dopo la sconfitta. Ma come “leader” in qualche modo “storico” mi pare veramente finito. Solo che la cosa, che a molti amici di “Città Futura” potrà e certo può pure fare piacere, mi dispiace molto in termini politici. Mi pare una iattura per la sinistra e per il Paese, che dovrà in tal caso ruotare attorno a leader e partiti sicuramente peggiori di Renzi e del PD d’oggi (il che stranamente sembra non preoccupare nessuno, come se a sinistra i diversi capi fossero diventati “sonnambuli” come gli statisti prima della Grande Guerra, inconsapevoli di quel che stava arrivando).  

   Sono vecchio. Oltre alle normali piccole vittorie o sconfitte occasionali della sinistra, ne ho già viste due “epocali”, e quella che incombe è (o “sarebbe”) la terza. Come si dice in Piemonte, ne ho “basta”.

   Ho visto, dopo un continuo sviluppo di lotte politiche sociali e ideali iniziato nel luglio ’60 e durato sino al ’76, la sconfitta dell’alternativa di sinistra, quando il PCI invece di socialdemocratizzarsi “all’europea” preferì tentare il “compromesso storico”- la grande alleanza democratica intorno a DC, PCI e PSI -  partendo dal sostegno triennale a un vecchio arnese molto chiacchierato della DC come Andreotti. Quel PCI non volle fare alcuna “scissione di Livorno alla rovescia”; non volle affatto l’unione socialista della sinistra, e poi si trovò col cadavere di Aldo Moro, assassinato da terroristi rossi, nel bagagliaio, e anche in una crisi tragica, dopo il compromesso storico fallito: crisi in cui al bravo Berlinguer, segretario del PCI dall’eccezionale coscienza etica, esplose la testa in un comizio a Padova. Poi ho visto la crisi del 1989 e anni successivi, conclusasi nel 1994 con la vittoria di Berlusconi, anche lì perché non si era capito che il vero modo di superare il craxismo era quello di farlo come comunisti: con l’onestà, la tenacia e le forze organizzate e popolari che quel Bettino e il suo PSI non avevano e non potevano avere: era quello, insomma, di vestire la sinistra “alla francese”, in modo mitterandiano (e con un leader riconoscibile e non comunista sino al giorno prima qual era Occhetto). Adesso sta fallendo il renzismo. Gli avversari di Renzi e del PD sono riusciti a liquidare il tentativo di premierato, che avrebbe consentito governi di legislatura minimamente autorevoli tramite doppio turno e premio di maggioranza; sono insomma riusciti ad ammazzare un neosocialismo ultrariformista (blairiano) a livello di Partito e Governo.

   Dopo il 1978 abbiamo avuto il CAF (Craxi Andreotti Forlani), che con l’aiuto di tutto il Parlamento e pure dei sindacati in un decennio ha moltiplicato per dieci l’abissale debito pubblico. Dopo il 1994 invece del rinnegato Craxi alleato del PCI (o di un PCI apertamente socialdemocratico e mitterandiano), abbiamo avuto un ventennio improntato da Berlusconi. Stiamo certi che dopo Renzi (e manca poco), il futuro della Repubblica sarà ancora più oscuro.

   Per questo, e non per animosità personale, non mi piace più dialogare con i liquidatori del renzismo e della democrazia, e se ci riuscissi mi piacerebbe persino smettere di occuparmi di politica perché mi pare che per un bel pezzo “il tempo” in Italia - e forse in tanti altri posti - sarà pessimo, e io - a dire la verità – almeno come intellettuale avrei ancora tante altre buone cose da fare. A Dio piacendo.

                                                        (franco.livorsi@alice.it)

23/12/2017 12:51:32
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