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Il futuro del centro-sinistra
La democrazia senza leader
Mauro Calise


Il cambiamento è stato rapidissimo. Appena due anni fa, l’Italia sembrava allineata con la tendenza delle democrazie occidentali, in cui la guida dell’esecutivo coincideva con quella del partito, e con la capacità di trainare il consenso calamitando l’attenzione dei media. Anzi. Sembrava che Renzi avesse rafforzato la tendenza, diventandone – in Europa – il simbolo. Poi, con la stessa velocità dell’ascesa, è arrivato il tracollo. Dettato – non va dimenticato – più che da avversi fattori oggettivi, da clamorosi errori soggettivi. E l’Italia si è ritrovata senza leader. I fautori dell’antileadership – numerosissimi nella nostra sinistra – hanno brindato alla restaurazione della politica della cooptazione. Ma si tratta di un’illusione. Certo, oggi assistiamo alla rinascita – si fa per dire – di gruppi e gruppetti che, complice il proporzionale, si apprestano a traghettare le proprie – sparute - truppe in parlamento. Ma questo non significa che sia cambiato il mondo in cui l’Italia si trova a competere. In questo mondo l’esigenza di leadership si è andata ulteriormente rafforzando. Siamo noi che, per l’ennesima volta, ci siamo tirati fuori. E indietro.

Naturalmente – come succede per tutti gli attori politici – i leader possono essere buoni o cattivi. A seconda delle loro capacità, e dei nostri gusti. E possono risultare più inclini alla democrazia o alla autocrazia. Come si vede facilmente dalle opposte – almeno all’apparenza – parabole di Trump e Macron. Ma restano un ingrediente indispensabile per fare funzionare il sistema. Come appunto dimostra l’attuale situazione italiana. Dove spuntano, a giorni alterni, nuovi capi. E molti ne spunteranno ancora, soprattutto se dovessero avverarsi i sondaggi che danno il Pd in caduta libera. Con l’unica certezza che – un nanosecondo dopo il voto – gli oligarchi che oggi tramano dietro le quinte sarebbero costretti ad uscire allo scoperto. L’un contro l’altro armati.

Perché il problema principale – e micidiale – della democrazia del leader è che investe, con la medesima violenza, cavalli di razza e ronzini. Nel senso che – soprattutto quando un sistema elettorale come il nostro spiana la strada a ogni avventura – la spinta a mettersi in proprio è irresistibile. Come abbiamo già sperimentato in passato, col suicidio di una personalità di tutto rispetto come Monti. Come abbiamo visto nella fuga narcisistica delle due più alte autorità dello Stato – dopo il Colle – in una nuova scialuppa che dovrebbe garantire il loro salvataggio. E come vedremo a iosa se la presa di Renzi sul Pd dovesse incrinarsi dopo le urne. Per non parlare della resa dei conti cui assisteremo non appena dovesse tramontare la stella – intramontabile – del Cavaliere. Un orizzonte in cui la prospettiva più probabile è la moltiplicazione di mini – e micro – partiti personali, con una    aspettativa di vita – politica – brevissima. E con unico collante l’ambizione – e la comunicazione – del capo.

Contrastare un simile scenario – senza una legge maggioritaria – puntando sull’autorevolezza di un premier dignitoso quanto silenzioso, è un tentativo nobile. Ma, purtroppo, altamente improbabile. Non si tratta – come pure ha notato lucidamente Salvati sul Corriere – di abbandonare le buone ragioni della governabilità per puntare solo sul richiamo alla pancia – irascibile quanto volubile – dell’elettorato qualunquista. Il carisma non è necessariamente una dote degli urlatori, o scassatori. E’, però, un ingrediente indispensabile in un’epoca in cui quel che rimane della democrazia rappresentativa resta legato a filo doppio alla capacità di intercettare gli umori più profondi degli elettori. E il carisma – avrebbe detto don Abbondio – uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.

Nei prossimi mesi assisteremo al ritorno degli apologeti del compromesso, e della cencelliana aritmetica con cui si riesce a cavare un ragno dal buco e – forse – addirittura una parvenza di maggioranza parlamentare dal coacervo di partitini che daranno l’arrembaggio al nostro Parlamento. Ma – con buona pace delle oligarchie che si accontentano di spartirsi qualche poltrona nell’ombra – non è il tramonto della democrazia del leader. E’ solo il suo momentaneo fallimento.

 

 

                                                        (“Il Mattino”, 24 dicembre 2017)

26/12/2017 19:02:57
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