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Il futuro del centro-sinistra
Il Centrosinistra e la "globalizzazione"
Filippo Orlando


Esiste la globalizzazione? Ovvero, è questa, la globalizzazione, un processo sociale reale e caratterizzante, a partire dagli anni novanta, un salto di qualità nelle forme economiche e sociali che dominano il mondo? Su questo tema, su cui si è fatta una grande confusione terminologica sia a destra che nelle sinistre, sia radicali che moderate, è intervenuto recentemente Mimmo Porcaro con la consueta lucidità e discernimento fra oggetti e concetti solo apparentemente simili.

L’ articolo, La Ue e L’ Itaila dentro la ‘fine della globalizzazione’, di cui seguirà l’ incipit, è dedicato al concetto di globalizzazione ed è teso a rispondere su questo, alle analisi di un recente saggio del compagno Franco Russo,L’ Unione europea nella globalizzazione’. Alle tesi di quest’ ultimo Porcaro risponde così:


Per dimostrare che la globalizzazione è viva e vegeta Franco Russo deve riconoscere che i processi di internazionalizzazione degli scambi, della finanza e della produzione sono sempre stati e sono ancor di più oggi il luogo di un aspro conflitto in cui i diversi stati usano tutti i mezzi, compreso il protezionismo e lo scontro militare, pur di difendere le proprie imprese. (vedi il saggio di Franco Russo)

Con il che, però, Franco Russo dichiara che la globalizzazione è morta (o meglio che essa, come il sottoscritto pensa da molto, in realtà non è mai nata). L’idea di globalizzazione contro cui polemizzano i critici non è infatti quella che prende atto dell’internazionalizzazione, ma quella secondo cui tale internazionalizzazione, rafforzando l’interconnessione dei mercati e della produzione, realizza una situazione di sostanziale autoregolazione del mercato che rende superflua o meramente ausiliaria la funzione degli stati nazionali. Lo stesso Russo ci da invece vari esempi di attivo intervento degli stati nazionali nella battaglia competitiva, intervento che può spingersi fino alla guerra: e questo, in sede di polemica spicciola, potrebbe bastare per dire che Franco dimostra il contrario di quello che afferma. Ma qui non si tratta di polemica spicciola, bensì di una discussione che ci accompagnerà a lungo. Bisogna quindi approfondire.

Va dunque, la pena di approfondire il tema della differenza fra internazionalizzazione e globalizzazione. Con la prima si intende il processo della apertura dei mercati mondiali voluto dalle borghesia europee, sopratutto anglosassoni, descritto mirabilmente da Marx ed Engels nel ‘Manifesto’ pubblicato nel 1848. Con il secondo termine si indica cio’ che piu’ sopra addita Porcaro, ovvero il dispiegarsi del fenomeno del mercato mondiale, acqusitivo di una forza tale da dirigere l’ intera societa’ fino al punto dal poter sciogliere gli stati nazionali ed assorbirne le funzioni storiche assolte fino ad ora negli ultimi 4 - 5 secoli.

La globalizzazione, inteso come processo incontrastabile e dunque, al quale ci si puo’ solo adattare, e’ stato il ‘credo’ che ha costituito la base del pensiero da cui e’ nato il centrosinistra italiano e europeo degli anni novanta, e la origine della concezione neoanarchica e libertaria della sinistra di alternativa e radicale del continente. La globalizzazione si basa sul lento declino della funzione dello stato nazionale a favore del mercato come unico regolatore sociale; un regolatore il quale non prevede alternative ad esso ma solo attenuazioni sociali al suo agire e alla sua spietata logica, oppure la fuga da tale mondo verso immaginari spazi liberati e demercificati, come se si trattasse di ricercare isole felici su altri mondi, in vero mai esistiti, piuttosto che costruire con fatica un altro mondo con logica funzionante diversa. Questi sono, ancora oggi, i limiti piu’ grandi che chi scrive avverte nella sinistra radicale, che schiacciandosi sul sociale dimostra il suo desiderio inconscio di subalternita’, e parimenti nel centrosinistra, che ha fatto della correzione moderata del mercato e della globalizzazione il cuore della sua debole visione del mondo.

Se si vuole ricostruire una sinistra oggi, se si vuole uscire dalla crisi della formula del centrosinistra, e’ necessario porsi il tema di come la visione della globalizzazione si sia rivelata, di fronte alla evidenza della crisi economica generale che perdura da dieci anni, un modo ideologico e non analitico di rappresentarsi la realta’ del mondo e le sue tendenze di fondo. Qui, ideologia, e’ utilizzato come termine che evidenzia la falsa coscienza di costruzioni del pensiero che confondono i desideri con la ricognizione spassionata e precisa dei fatti e delle strutture di fondo della realta’ dispiegata di fronte ai nostri occhi.

La tesi ideologica per la quale sara’ l’ economia che guidera’ la politica dopo il salto ‘epocale’ dovuto al crollo del sistema sovietico, e’ legata all’ errore di assolutizzare una tendenza, pur presente nella realta’, facendola combaciare con l’ unico criterio che deve conformare la realta’ stessa. Tuttavia, al contrario di cio’ che si e’ tenuti a credere, vi sono tendenze e controtendenze le quali contrastandosi e conigandosi in altri momenti fra loro, creano il quadro unitario che siamo tendenti a indicare come realta’ effettuale e dispiegantesi pienamente alla osservazione del nostro sguardo.

Da cio’ ne deriva che lo stato nazionale non declina come si pensa comunemente in modo definitivo. Il destino del mondo postnovecento non e’ lo scioglimento di ogni stato - nazione in un grande ‘ Impero’ di natura negriana, dove sara’ chiara la contrapposizione fra comando centrale e moltitudine. Resta in realta’ la compresenza di nazionalita’ statuali forti e di altre asimmetricamente deboli e indefinite. Tutto questo rivela il non declino dello stato a favore della economia, e che fra mercato e stato e fra economia e politica resta un rapporto strettamente dialettico. La forza dello stato sara’ ancora necessaria allo sviluppo del capitalismo e al rapporto fra centro e periferie che regola il ‘ sistema mondo’ caratterizzante la modernita’.

L’ idea sulla quale nacque e si baso’ il centrosinistra ‘ulivista’ era che l’ economia di mercato, a carattere mondiale o globale che dir si voglia, era una tendenza cosi’ dominante da porre in declino qualsiasi velleita’ di regolazione dei fattori politico - economici su base nazionale. Immergersi nella ‘globalizzazione’, processo sociale irreversibile, significava disporsi a mediare fra le esigenze delle imprese di fronte alla competizione sempre piu’ aggressiva dei paesi emergenti, e le istanze sociali e di protezione dei lavoratori. Se ne deduce da un lato la impossibilita’, dopo vent’ anni di tentativi, di ‘quadrare il cerchio’ fra libero mercato mondiale e esigenza di conservazione dello stato sociale, dall’ altro il processo di globalizzazione si e’ dimostrato tutt’ altro che irreversibile e lineare nella sua inesorabile espansione del libero scambio di merci, lavoratori e capitale. Le premesse ideologiche su cui nacque l’ Ulivo di fatto non esistono piu’ e si sono rivelate fallaci le analisi dei processi reali su cui quelle premesse si basavano.

La ‘globalizzazione’ e’ stato un processo geopolitico otre che economico e ideologico. Possiamo individuarne le origini nella riapertura delle relazioni diplomatiche fra Stati Uniti e Cina nei primi anni 70’ sotto la regia della amministrazione Nixon. La Cina, in cambio del suo allontanamento dall’ URSS, otteneva la possibilita’ di aprire gradualmente il suo mercato all’ Occidente in cambio di tecnologie e innovazioni produttive utili allo sviluppo cinese. Gli USA ottenevano la spaccatura del mondo comunista grazie ad una Cina ostile ai russi e neutra verso il mondo occidentale, e , inoltre, traevano il vantaggio di poter trasferire in Cina e in parte del sud est asiatico le produzioni industriali manifatturiere piu’ obsolete, sfruttando manodopera a buon mercato. La Cina e le ‘tigri asiatiche’ diventano la manifattura del mondo, nel mondo occidentale si rilanciano i profitti per via finanziaria e calmierando i salari, tutto cio’ determinando disoccupazione e piu’ aspra concorrenza commerciale nei paesi a sviluppo avanzato. E’ su questo scambio che si e’ generato lo sviluppo del nostro mondo ricco negli ultimi 40 - 30 anni. Con la crisi del 2007 - 2008 e con la sconfitta americana in Medio Oriente la globalizzazione finanziaria basata sulla manifattura a basso costo orientale ha definitivamente termine. Oggi emerge un nuovo equilibrio mondiale, o se si vuole, un nuovo disequilibrio. Esso consiste in questo; il modello di sviluppo americano, basato sul consumo eccessivo della classe media, ( casa di proprieta’, lavoro fisso, piu’ di una macchina per nucleo familiare), non e’ in grado di espandersi in tutto il mondo. Esso deve restringersi a pochi paesi del mondo occidentale e all’ interno di essi limitarsi a dare benessere a fette via via minori della popolazione. Ragioni ambientali e concernenti i costi dello stato sociale e la disciplina del lavoro e la questione della pressione salariale, costringono a comprimere le condizioni di vita di vasti strati della popolazione pur di riattivare un meccanismo di innalzamento dei profitti. In tale ottica, si ritiene indispensabile, per salvare il modello di sviluppo occidentale, che il ‘vecchio terzo mondo’ resti subalterno e ben lontano dagli stili di vita del ‘mondo ricco’.

Purtroppo, le cose non possono proseguire cosi’ come si sono sviluppate fino ad adesso. Le crisi di sovraproduzione e di domanda aggregata pongono in discussione il modello di espansione finanziaria negli stessi paesi ‘centro del sistema’. La disoccupazione di massa e’ data da un lato da una cronica mancanza di domanda e investimenti produttivi, da un calo di produttivita’ che si accoppia ad un sempre piu’ vasto processo di dequalificazione di massa del lavoro. Se si aggiunge a cio’ la disoccupazione tecnologica dovuta a nuovi processi di automazione digitale che coinvolgono sempre piu’ i livelli alti del lavoro intellettuale - dirigenziale, si ha il quadro chiaro di come le nostre societa’ corrano ormai verso uno stato perenne di sottoccupazione e impoverimento, i quali favoriscono l’ indebolimento e la crisi, ormai evidente, delle democrazie parlamentari.

Ma vi e’ di piu’ da segnalare. Il mondo ‘fuori dall’ Occidente anglosassone’, che fu colonia per buona parte dell’ ottocento fino alle guerre mondiali, ora non accetta piu’ di rientrare nei ruoli disegnati da altri. Cina, Russia, India, oltre che Brasile e Sud Africa e altri, pretendono il loro sviluppo, la loro fetta della torta, il loro spazio nel governo del mondo. A questa nuova realta’ occorre adeguarsi, capirla, e pensare ad un mondo in cui le risorse siano distibuite piu’ equamente, dove il governo degli scambi commerciali e monetari sia basato sulla cooperazione e non sullo squilibrio persistente fra debitori e creditori, cosi’ come avviene oggi nel cuore dell’ Europa. I modelli energetici e di consumi di beni voluttuari individuali vanno ripensati, la disoccupazione di massa e’ un male che va combattuto e per fare cio’ bisogna evitare le strette monetarie, le tentazioni, foriere di disastri nel medio e lungo periodo, delle ‘austerita’ espansive’ tipiche del pensiero neomercantilista.

La ‘globalizzazione’ che abbiamo conosciuto non lascia dietro di se’ un mondo rasserenato e privo di gravi tensioni, tutt’ altro! La guerra fredda, si dice ora, e’ tornata. Forse non era mai finita, se non nella illusione boriosa degli anni novanta di chi se ne riteneva il vincitore. Il supposto vincitore di ieri e’ sulla difensiva oggi perche’ forse non ha compreso che in quel momento cadeva la spinta sociale e operaia che si era originata dall’ Ottobre, ma non si era affatto arrestato il processo di liberazione dei paesi coloniali a cui la rivoluzione del 17’ aveva dato sostegno e rappresentato nel tempo stimolo e in parte modello.

La storia non e’ finita e la terra non e’ un sostegno piatto ai desideri dei grandi mercanti del denaro e delle merci. E’ tempo allora per le sinistre che hanno storia, quella proveniente dal movimento operaio e cattolico, di chiedersi dove’ la tensione verso un rinnovamento del modello sociale e del lavoro. Dobbiamo di nuovo interrogare il nostro tempo, scovarne il senso nelle pieghe e nelle contraddizioni, non adeguarci alla prima moda del pensiero, alla prima e piu’ cieca apparenza.

 

Alessandria 27-12.2017  Filippo Orlando.

 

 

 

 

 

 

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