In Italia si può fare tutto. Per pochi.
Il caso nel quale è rimasta coinvolta la ministra
Cancellieri si presta a molte interpretazioni. Le più sfacciate – e che non
vorremmo vedere mai – sono quelle politiche, dettate dal desiderio di strumentalizzazione,
di uso e abuso del momento oppure di semplice voglia di far casino, sollevare
un polverone e cercare di guadagnarci.Come si fa a guadagnarci? Semplice. Si ottiene visibilità.
Si sceglie da che parte stare per calcolo di convenienza e si va su tutti i
telegiornali, su tutte le prime pagine, in tutti i blog di questa nostra
Repubblica ormai fondata sui social network.
Sai che tristezza.
A che titolo, ad esempio, può il PdL avvicinare il caso
Cancellieri-Ligresti a quello Berlusconi-Ruby? A nessuno, ovviamente. Due
telefonate, ma in contesti e con finalità completamente diverse. Da una parte,
l’interessamento per un caso vero, non costruito e creato dal telefonante;
dall’altra parte, un caso messo in piedi artificiosamente da chi ha fatto la
telefonata e, come si evince dall’imputazione, a suo beneficio diretto.
Ma anche Grillo c’è andato giù pesante. Richiesta di
dimissioni. Così, senza neanche aspettare l’audizione della ministra in
Parlamento. Anche a Barbablù il nostro ordinamento consente di parlare, di
dire, di difendersi. Perché la sentenza prima del dibattito? Beh, si sa, in
politica si va giù di grosso. E di convenienza.
Se guardato con occhio scevro dal tornaconto, ma non per
questo ingenuo, il caso Cancellieri-Ligresti rivela di noi, della società che
abbiamo costruito e continuiamo ad alimentare, un aspetto che chiamerei sociale
e definirei prepolitico perché tocca le chiavi dei nostri rapporti personali,
del nostro vivere insieme, prima di qualsiasi caratterizzazione di colore o di
parte. Quella che qualcuno ha chiamato del “diritto naturale”, a cui si appella
ognuno di noi prima di buttarla in politica o in caciara. Prima ancora dei
codici e delle pandette.
Ha agito secondo diritto naturale la ministra Cancellieri?
Certo che sì. Chiunque avrebbe agito come lei, al suo posto, qualora fosse
venuto a conoscenza di un probabile, pesante danno che un carcerato poteva
subire dalle sue condizioni di detenzione. Chiunque avrebbe avuto un moto di
condivisione, un sentimento di pena e di pietà nei confronti di una persona con
il pregresso della Ligresti.
Ma chiunque avrebbe avuto il cellulare della ministra?
Chiunque avrebbe avuto accesso al DAP? Chiunque avrebbe potuto trovare il
medesimo ascolto, se non si fosse chiamato Cancellieri o Ligresti? Infiniti
esempi ci dicono di no. Quindi, cerchiamo di profittare di questa circostanza
per andare oltre, scavare sotto ciò che
fa disputare in superficie e mettere a nudo le radici malate della nostra
convivenza. Viviamo in un mondo di disuguaglianze sempre più accentuate, dove
la differenza la fanno il reddito e l’appartenenza. Questo è l’intollerabile
vero, perché ormai i diritti che hanno conquistato i nostri nonni, le garanzie
messe in Costituzione dai nostri padri, le tutele per cui abbiamo combattuto
anche noi vengono lacerate, sminuite, dismesse ogni giorno che passa.
Io non voglio stare in un clan e non voglio nemmeno essere
obbligato all’appartenenza perché solo
così posso trovare riparo e qualcuno che ascolta. Sono un cittadino di questa
Repubblica? Ebbene, voglio che le istituzioni funzionino, che non ci sia
bisogno di telefonate tra la vita e la morte, il lavoro e la disoccupazione, la
disperazione e il benessere.
Lo dice anche la Costituzione: tutti sono uguali davanti
alla legge. Già, ma prima? E’ questo prima che m’interessa.