Nel mondo anglosassone è detto biodiversity offsetting,
o ecosystem offsetting: è il nuovo strumento di cui si sta
dotando il mercato finanziario globale per mettere definitivamente le mani
sugli ecosistemi e la vita che essi ospitano. Al confronto, la privatizzazione
dell’acqua sembra una quisquilia…
Si tratta di un nuovo passo operativo per rendere effettivo l’approccio
ideologico che chiamiamo finanziarizzazione della natura: rispetto ai danni
all’ambiente causati dai grandi progetti infrastrutturali (energetici e
trasportistici) o estrattivi che si stanno avviando in Europa, le istituzioni
finanziarie e diversi governi, Regno Unito in testa, stanno proponendo
l’introduzione del concetto della “compensazione traslata” del danno
ambientale, in particolare di habitat protetti e biodiversità.
Un principio ben diverso da quello esistente di compensazione:
se la ratio della Via (Valutazione di impatto ambientale), è
quella di causare il minor danno possibile, evitare le zone protette e attuare
forme di compensazioni in loco, il nuovo meccanismo permette al costruttore di realizzare
l’opera in ogni caso, semplicemente “calcolando” il danno arrecato ad
ambiente/habitat/ biodiversità e investendo nella tutela di un territorio
ubicato altrove con caratteristiche simili a quello distrutto.
Parallelamente, si sta creando un mercato di titoli collegati alla biodiversità
e agli habitat naturali da avviare alla compravendita, come per qualsiasi altro
titolo di investimento altamente speculativo. Insomma, una pratica del tutto
simile a quella in atto da anni dei famigerati crediti di carbonio,
che permette alle aziende responsabili del danno di dichiararsi investitori
nella protezione dell’ambiente, con conseguente ritorno d’immagine e greenwashing dei
loro prodotti e servizi. La protezione dell’ambiente si trasforma in un
sottoprodotto commerciale.
Il paradosso è che le più grandi aberrazioni in tema di ambiente vengono
concepite proprio in occasione dei grandi vertici internazionali, spacciati per
momenti di bilancio e autocritica, per ricercare soluzioni alle drammatiche
emergenze dell’umanità e del pianeta. Già il Protocollo di Kyoto aveva
sostenuto la logica dei “permessi di inquinamento” che ha partorito i citati crediti
di carbonio, ma il momento topico per quello che sta avvenendo in materia
di habitat risale al giugno 2012. In occasione del vertice di Rio +20,
viene fatta recapitare la “Dichiarazione sul Capitale Naturale
e sui Servizi resi da un ecosistema”, elaborata dai grandi
attori del settore finanziario mondiale. Ecco i due artificiali
pilastri concettuali sui quali si regge la nuova narrazione del “mercato delle
indulgenze ambientali”: capitale e servizi.
“Il Capitale Naturale comprende gli asset [beni patrimoniali e
merci] naturali della Terra (suolo, aria, flora e fauna) e i servizi
degli ecosistemi forniti da questi, che rendono possibile la vita umana. I beni
e i servizi degli ecosistemi del Capitale Naturale ogni anno ammontano a
trilioni di dollari e sono il cibo, le fibre, l’acqua, la salute, l’energia, la
sicurezza climatica e altri servizi essenziali per ognuno. Né questi servizi,
né la base del Capitale Naturale che li fornisce, sono valutati adeguatamente
in paragone al capitale sociale e finanziario. Nonostante siano fondamentali
per il nostro benessere, il loro uso quotidiano rimane quasi non registrato
all’interno dei nostri sistemi economici. Usare il Capitale Naturale in questo
modo non è sostenibile.”
Che gli esseri viventi “quotidianamente” respirino, bevano, mangino, si
riscaldino, si proteggano senza rendere conto al sistema economico è insomma
“insostenibile”… Non esiterei a paragonarla a una dichiarazione di guerra al pianeta e ai
suoi abitanti, a mezzo di un ribaltamento del pensiero e del linguaggio che
impone una sofisticata e sordida anschluss semantica della
Natura al mondo del Mercato. E questo sta avvenendo mentre ovunque nel
mondo ci si batte per la difesa dei territori, per la sovranità alimentare e
l’accesso alla terra, per il diritto alla gestione e tutela dei beni comuni
naturali da parte delle comunità.
Il 25 e 26 ottobre scorsi si è svolto a Bruxelles un primo incontro di
lavoro, organizzato dal fronte delle avanguardie indipendenti che si occupano di
analizzare e smascherare le manovre dei mercati finanziari ai danni
dell’ambiente e dell’uomo. A Bruxelles si sono riunite oltre 30 organizzazioni
di rilevanza nazionale e internazionale: in testa FERN, ATTAC,
Re:Common, World Rainforest Movement, Carbon Trade Watch; diverse associazioni
del Regno Unito, della Spagna (che ha appena varato la
legge sull’habitat banking), della Francia, della
Polonia, dell’Olanda; presenti anche accademici, gruppi e comitati
territoriali, compresi il movimento No TAV valsusino e Opzione Zero veneziano.
Si è approfondito il tema, confrontando i casi pilota esistenti e le modifiche
legislative in corso e ponendo le basi per organizzare azioni a tutti i
livelli.
Qui il manifesto-appello http://no-biodiversity-offsets.makenoise.org/italiano/ già
sottoscritto da numerose organizzazioni contrarie a qualsiasi tentativo di
includere l’offsetting della biodiversità nel quadro normativo,
negli standard e nelle politiche pubbliche – in vista di una campagna
internazionale cui ha già aderito anche l’African Alliance for Rangeland
Management and Development.
Il prossimo passaggio sarà già il 21 novembre prossimo a Edimburgo quando verrà
costituito il Forum on Natural Commons ( www.naturenotforsale.org),
negli stessi giorni e nella stessa città in cui si riuniranno le Nazioni Unite,
i governi e le istituzioni finanziarie nel primo Forum Mondiale sul Capitale
Naturale, per pianificare il modo di “assegnare un prezzo alla natura” e
favorirne la mercificazione.
Già, perché nel sistema globalizzato non c’è istituzione
normalizzata che non sostenga questa visione, dall’UNESCO al WWF, il quale
ha sottoscritto la Dichiarazione di Rio (http://www.naturalcapitaldeclaration.org/support-from-other-stakeholders/)
e sposato questa falsa soluzione in un’ottica di investimento di capitali
finanziari in alcune riserve protette, a discapito però di tutte le altre aree
aggredite, il che apre scenari inimmaginabili.
La natura è unica e complessa ed è impossibile misurarne la biodiversità,
allora come e chi stabilisce il valore di un ecosistema? Alcuni ecosistemi
hanno impiegato centinaia o migliaia di anni per raggiungere il loro stato
attuale: possono essere riproducibili? Che valore hanno e che fine
fanno gli abitanti (umani e non umani), la sussistenza, le economie, la
cultura? La natura ha un ruolo sociale, spirituale e di sostegno per le
comunità, che definiscono il proprio territorio sulla base di interrelazioni
tradizionali con la terra e la natura: come si può pensare di sfollare una
comunità verso un altro luogo?
Domande oziose, certo. Per il Mercato il valore si riduce
al prezzo calcolato da discutibili software. Infatti i golem
tecnologici del Mercato stanno già risolvendo anche questi dettagli,
come si vede in questo sito (http://www.environmentbank.com/),
che mette addirittura a disposizione un simulatore di calcolo di soli 3
(dico 3!) parametri generici per stimare il valore della biodiversità e
trasformarlo in crediti di natura: basta con un click. Il calcolatore
è destinato ai proprietari di beni naturali (terreni, foreste, ecc.) che
vogliono immettere sul mercato finanziario titoli legati ai propri possedimenti
e offrirli come offset. Nasceranno istituti per certificare
i valori degli habitat, società di rating per stabilire le
classifiche degli investimenti più redditizi, broker e intermediari per
un mercato dalle infinite e infernali potenzialità.
I casi studiati dimostrano come si tratti di una pratica che incentiva lo
sfruttamento delle risorse naturali e mina la pianificazione di normative atte
a prevenire la distruzione. La logica dell’offsetting della
biodiversità separa le persone dall’ambiente e dai territori in cui vivono,
marginalizzandole fino a minacciare lo stesso diritto alla vita. Ecco
alcuni esempi di politiche e progetti in corso, relativi al biodiversity offsetting:
- Brasile: il nuovo codice forestale
permette ai proprietari di terre di distruggere territorio forestale
contro l’acquisto di “certificati di riserve ambientali” emessi dallo
stato e commercializzati alla Borsa Verde di Rio(BVRio), il
“mercato di titoli verdi” creato di recente dal governo brasiliano.
- Istituzioni finanziarie
pubbliche come la Banca Mondiale, l’International
Finance Corporation (IFC, il ramo della Banca mondiale che presta
alle imprese private) e la Banca europea per gli Investimenti(BEI)
stanno cercando di includere l’offsetting della biodiversità
nei propri standard e nella pratica, come strumento per “compensare” il
danno permanente causato dalle grandi infrastrutture che queste stesse
istituzioni finanziano.
- Il governo del Regno
Unito sta cercando di introdurre l’offsetting nel
proprio quadro normativo. I suoi proponenti stanno interferendo nei
processi legislativi, compromettendo l’iter decisionale democratico e
indebolendo le voci delle comunità.
- Notre Dame des Landes, Francia: il progetto di aeroporto che
dovrebbe sorgere in un’area di oltre 1000 ettari di zona umida, dove
l’attività agricola ha permesso di mantenere il paesaggio tradizionale e
la biodiversità. L’offsetting è stato richiesto dalla
normativa francese, ma l’azienda Biotope ha definito una nuova metodologia
basata sulle “funzioni” dell’ecosistema e non sugli ettari di territorio,
proponendo che il costruttore, l’azienda Vinci, provvedesse all’offsetting di
soli 600 ettari. Da 40 anni l’opposizione degli abitanti ha permesso di
bloccare il progetto e ha messo in discussione lo schema di offsetting. La
Commissione europea sta intervenendo.
- Strategia europea 2020 sulla biodiversità: l’Ue
sta considerando di dotarsi di una legislazione sull’offsetting,
che includa la creazione di una “banca degli habitat” per consentire l’offsetting di
specie e habitat naturali all’interno dei confini europei. Lo scopo è
quello di annullare la “perdita netta” (no net loss) della biodiversità,
obiettivo assolutamente diverso da quello precedentemente perseguito di
garantire “nessuna perdita” (no loss).
- La Banca mondiale ha finanziato
il mega progetto di estrazione mineraria di nichel e cobalto Weda
Bay in Indonesia. Operatore del progetto è l’azienda mineraria
francese Eramet (http://wedabaynickel.com/), parte del
programma “business e biodiversità” (BBOP – Business and Biodiversity
Offsets Program:http://www.business-biodiversity.eu/default.asp?Menue=133&News=43).
Il progetto è in attesa di ricevere altri finanziamenti dalla Banca
mondiale, dalla Banca asiatica di sviluppo, dalla Banca giapponese per la
cooperazione internazionale (JPIC), dalle francesi Coface e Agenzia di
sviluppo (AFD) proprio per il programma di offsetting. Gli
impatti sulle persone e sul territorio sono enormi e il progetto è
contestato dalle comunità indonesiane e da organizzazioni della società
civile internazionale.
È chiaro che ci troviamo di fronte a un giro di boa fondamentale
nella folle corsa che sta sistematizzando il paradigma della
finanziarizzazione globale della natura, all’interno del noto orizzonte
sviluppista-speculativo e della retorica mistificante che si appella alla
sostenibilità e alla salvaguardia, alla partecipazione e all’equità. Un
paradigma dalle profonde implicazioni, queste sì, davvero eversive dell’ordine
naturale del creato.
http://www.democraziakmzero.org/2013/11/08/natura-bond/
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