Realtà solida ma non consolidata. Con un
(discutibile) gioco di parole si potrebbe descrivere la situazione, vista
dall’esterno, dell’Università “Avogadro”
o del Piemonte Orientale. Solida, come
ateneo statale con ormai 15 anni di vita alle spalle; non consolidata, in
quanto mutevole aggregato “tripolare” di facoltà pur ricomposte, come da riassetto
generalizzato, in dipartimenti. Un aggregato, già abbastanza artificioso in
partenza (anche se fu largamente salutato come un pregevole compromesso tra
contendenti) e segnato da discrete instabilità nell’evoluzione dei corsi e delle sedi di studio, in ragione
delle varianti normative intervenute e delle mutevoli capacità attrattive
evidenziate dalle “città universitarie”, in Piemonte e altrove.
Non stupisce più di tanto, perciò, che
negli ultimi anni risultasse ai ben informati che fortune e sviluppi delle tre
sedi universitarie, costitutive del
“Piemonte Orientale” (Novara, Vercelli, Alessandria) , stessero marciando a
ritmi differenziati: Novara in testa e Alessandria in coda. Ci si è chiesti
anche il perché e da ultimo ci ha provato anche
Enrico Sozzetti, sul “Piccolo”
del 28.3, con un ampio
servizio - titolato significativamente:
“Futuro ormai dietro le spalle?” – rimasto finora senza riscontri d’opinione.
Visto, forse, che l’autore evitava di ricondurre semplicisticamente la
questione alla “parzialità” e ai “favori” del Presidente regionale, Cota, alla
sua città, per l’appunto Novara, tentando invece di risalire a fattori “strutturali”,
socio-economici e politici in primis. Terreno discretamente ostico per i
soggetti potenzialmente evocati, individuali o collettivi.
E’ del tutto probabile che la “diversa dinamicità degli enti locali
vercellesi e novaresi, molto impegnati a sostenere il progetto Università” - di cui parla a Sozzetti il Prof. Osella, coordinatore del dottorato
in Scienze chimiche dell’”Avogadro” – si sia manifestato e si manifesti in
termini di risorse e investimenti, direttamente o indirettamente finalizzati all’Università.
Ma è anche vero che , come spesso avviene, le risorse economico-finanziarie
rappresentano la classica “condizione necessaria ma non sufficiente” per il raggiungimento di certi obiettivi o
determinate ambizioni. Non sufficiente, ad esempio, se manca o risulta defilato
un vero interlocutore locale del Sistema Università, ancora una volta
individuale o collettivo, ma dotato, pur in autonomia di ruoli, di esperienza e
prestigio adeguati.
Con interlocuzione carente o inidonea,
si finisce di giocare di rimessa o di rimostranze tardive e il risultato si delinea di conseguenza. Che è, a
quanto pare, ciò che capita da un pò di
anni sulle rive del Tanaro. Basta riandare con la memoria a quanto (e a chi!)
esprimeva la società politico-economica alessandrina ai tempi dello “stato
nascente” dell’Università (e del Politecnico) ad Alessandria, nonché alle
sinergie quivi messe in opera in termini organizzativi e di dotazioni mirate.
Onde risultati evidenti si sono potuti
cogliere, pur nella dissimetria fra le traiettorie locali dell’Università e del
Politecnico.
In tempi successivi il ruolo delle
“forze locali” (prima Comitato e poi Società per l’Università) si è contratto
in quello esclusivo di collettore di risorse finanziarie – ad un tempo modeste
per i riceventi e significative per gli Enti conferenti – da trasferire
convenzionalmente ai dirimpettai d’Ateneo. Circostanza non secondaria per
subire poi, da spettatori frastornati, tutte le varianti, negative o positive,
intervenute a livello di dislocazioni universitarie e relative tendenze di
lungo periodo.
Questo dell’”interlocutore di sistema” è
appunto il dente che duole(da mo’) sulle rive del Tanaro. Non solo riguardo ad
un imprecisato potere contrattuale della “società civile” nei confronti della
“società accademica”, ma nella stessa capacità di avvertire tempestivamente i
segnali di cambiamento nell’assetto universitario generale, e atteggiarsi di
conseguenza. Il segnale, ad esempio, dei primi anni duemila, secondo cui andava
a concludersi – per ineludibili ragioni economico-organizzative - l’era del
decentramento esuberante (e competitivo)
di sedi secondarie, corsi e spezzoni universitari sul territorio. Con
relativi e talora imprevedibili aggiustamenti strutturali. Vedi caso: il Politecnico di Torino, che era
stato l’antesignano dell’occupazione delle province piemontesi e fu altresì il
primo a invertire la rotta, a ricentralizzarsi , accampando una sorta di “dura
lex sed lex”, rimasta a lungo inavvertita tra una protesta e una rivendicazione.
Altro segnale trascurato, l’appannarsi - per motivi diversi, ma riconducibili
al mercato del lavoro e alla “necessità” di allungare la permanenza agli studi
- del fascino della cosiddetta laurea
triennale, che tanti spiragli di nuove localizzazione di corsi aveva aperto.
Alla “capacità di interloquire” si è
inoltre affiancata la “capacità di pesare” dei tre Capoluoghi in termini di
sviluppo socio-economio ( o di minore arretramento, specie in tempi di crisi) Fattore concreto, quanto misconosciuto, in
grado di influire nel tempo, direttamente e indirettamente, per qualità e
quantità, sulle “assegnazioni universitarie”. La nostra classe politica (in
senso lato) ha perso addirittura la
grammatica dei dati, dei confronti e delle tendenze, appena infastidita, qua e
là, dalla sensazione che il Novarese (pur con le sue difficoltà, vedi in questi
giorni lo sbaracco verso il Milanese degli ultimi reparti De Agostini) si muova
da anni con una marcia in più e che anche il Vercellese si stia defilando dal
ruolo di bella addormentata. Non è proprio per caso , come ricordava il citato
Prof. Osella, che Novara e Vercelli tendano ad accaparrarsi altri pezzi del Polo scientifico di
Alessandria, funzionali ai loro progetti di sviluppo produttivo.
Dall’incrociarsi di interviste ai
Responsabili di Dipartimento ( DISIT, DIGSPES ) veniamo a sapere che se il
versante scientifico dell’Università ad Alessandria è, non da oggi, in qualche
affanno, quello giuridico-economico dà nuovi segni di vivacità e questa
circostanza è sicuramente da tenersi in conto. Il problema successivo sarebbe
quello di capire se ci limitiamo ad
osservare dall’esterno, anche “facendo il tifo”, quel che si muove, si agita,
nel “recinto universitario” o se, ad Alessandria, abbiamo ancora l’idea di
esercitare, e come, un legittimo, meditato affiancamento all’Università nella
mutua, quanto ardua, ricerca di futuro.