Ernst Bloch e
Lo spirito dell'utopia.
«L'importante è ricordarsi degli inizi
e fare sempre in modo che
il pensiero sia simile ad un 'opera d'intaglio».
E. Bloch
Quello
che segue è una parafrasi e sintesi delle considerazioni che il filosofo
tedesco Ernst Bloch svolge in un intervista in
presentazione della edizione italiana della sua prima opera ¨C Lo spirito dell'utopia ¨C cinquantasei
anni dopo la sua edizione tedesca originaria.
Il
tema blochiano dello« spirito dell'utopia» ha la sua attualità nel mettere
in crisi la legge dominante, il rapporto dell'uomo con l'esistente quale
catena infinita di contatti dettati a un tempo dal piacere immediato ( la
lacaniana jouissance o« godimento
infinito e acefalo» ) e dalla necessità dello scambio degli oggetti , degli
uomini e delle parole(della loro subordinazione all'imperio del valore di
scambio o strumentale). Questo globo mediatico della totale mediatizzazione
della natura interiore dell'individuo ( che giunge ad inficiare il fragile rapporto tra la
struttura del desiderio e la finalità delle libidiche pulsioni inconscie) a un
tempo costituisce l'annientamento del soggetto in questa rete infinita di
rapporti di mediazione strumentale e di piacere ( in quello che potremmo
definire la relazione antinomica tra la legge di estrazione di valore del
finanzcapitalismo e l'alleanza sado-masochistica tra Es e Superio nell' inconscia«
pulsione di morte», tra «reale oggettivo» e «reale soggettivo ») e il tentativo
di darsi una dignità filosofica di « nichilismo nieztscheano» demolitore e
ricostruttore della realtà a piacimento.
In
realtà cripticamente qui domina la logica del «denaro ( valore di scambio) dello spirito» che riduce il mondo a
racconto virtuale o mediatico. Questo nitzcheanesimo posto al servizio dell'
universo massmediatico dal pensiero debole in tutte le sue versioni, come anche
nelle sue apparenti inversioni di chi
nega il divenire storico per affermare l«'Ontologia fondamentale» ( vedi
Heidegger) , Bloch direbbe che è un autentico abbaglio.
Ernst
Bloch oppone a tale legge dominante la
riscoperta del fattore soggettivo, del Soggetto-Oggetto, che inizia con l'incontro con il Sè, sviluppa una
filosofia estetica su cui si stratifica una filosofia della storia o
meta-etica, e finisce per diventare l'incontro con il Noi. In questo testo le
riflessioni del filosofo tedesco sono
sintetizzate e a volte interpolate da annotazioni a margine di mio pugno, al
fine di una mia chiarificazione interna . Mi auguro che ciò non infici la
pregnanza delle argomentazioni
blochiane, di un'«attualità senza tempo».
Ernst Bloch introduce Lo Spirito dell'Utopia
:
L'opera
consiste di più parti
1)Intenzione.
2)La parte centrale : «L'incontro con il Sè».
Essa
comincia così : «Una vecchia brocca». Essa è già un incontro con il Sè. Io
inerisco alla vecchia brocca. Una brocca a uomo barbuto della regione renana,
che risale sino ai Romani. Di questo incontro con il Sè nello Spirito dell'utopia è detto: «non tutte
le pozzanghere mi inzaccherano, non tutte le stecche mi costringono alla piega
voluta. Ma posso certamente essere formato a misura della brocca e in realtà mi vedo come qualcosa di bruno,
fatto in maniera bizzarra , simile ad un'anfora nordica; e non solo per mimesi
e semplice empatia, ma anche perché grazie
ad essa divento , per parte sua, più ricco e presente, e in quest'opera in cui il mio io è contesto continua la mia educazione a mé
stesso. Qui non mi esperisco in un uomo, in un opera d'arte; la brocca non è
un'opera d'arte . Eppure anche qui come in un'opera d'arte ci si sente
proiettati in un lungo corridoio in pieno sole, che termina con una porta.
Questa non è un' opera d'arte, la vecchia brocca non ha nulla di artistico in
sé, ma un'opera d'arte dovrebbe almeno apparire così per essere tale, e sarebbe
già molto».
Ogni
frase sulla brocca ha un legame segreto con ciò che segue e in particolare : 3)La produzione dell'ornamento. Che
cosa ci viene incontro nell'ornamento in forma mascherata? Perché l'ornamento
dell'antico Egitto è come un cristallo mentre il gotico e il barocco hanno
ornamenti inquieti, lussureggianti, , tendenti verso l'alto? Come e perché è
scomparsa del tutto nell' architettura contemporanea la capacità di produrre
ornamenti? E perchè mai questa architettura è diventata geometrica e
geometrizzante? Che cos'è la commozione che
proviamo di fronte a un volere diventare cristallo dell'ornamento
architettonico o al suo volere diventare vita o resurrezione?
Qual'è
il significato filosofico di ornamento? Non certo la banale decorazione o
vezzo, ma un guardare, un camminare
verso di sé. Nell'acanto o nella traforatura della pietra gotica o nel barocco ci viene incontro la nostra
forma , la nostra essenza umana. Si potrebbe riassumere il rapporto con
l'ornamento sotto la categoria «del tentativo di un incontro con il Sè».
C'è poi la parte
dell'opera intitolata «Filosofia della musica»: che ne è del linguaggio nella
musica? Perchè ognuno crede di comprenderla e tuttavia nessuno sa che cosa essa
significhi o quale sia il significato di una melodia? Perchè la musica può
andare, a mò di
prostituta, con ogni
testo? La
musica , la più giovane di tutte le arti( è solo dalla tarda sera della nostra
storia dell'arte , a partire dal XIV secolo, che si tentò per la prima volta,
almeno come polifonia, la musica).
Quest'arte giovane ha nel suo linguaggio qualcosa d'infantile,
poiché essa balbetta un caldo ciangottio
di bimbo ( la sua «lallazione») che non ha ancora trovato la parola: quando
penetrerà il linguaggio nella musica? Quando cominceremo a comprenderla in modo
chiaro come fosse una parola detta? Proprio perché permane aperta e
indeterminata o indefinita, la musica è una spedizione in utopia, nell'utopia
di noi stessi, e quindi anche in essa echeggia l'incontro con il Sè.
Segue
la forma del problema incostruibile :
tra i molteplici problemi che ci assillano c'è ne sono alcuni costituiti da
domande che insorgono nell'adolescenza, e che sorprendentemente corrispondono a
innovazioni in teorie scientifiche e filosofiche.
Insomma
il costante attacco del domandare
filosofico è il sentimento o stato
d'animo dello stupore, che corrisponde a sua volta a un domandare
ancora indefinito che in filosofia e nelle scienze urta contro un gran numero
di risposte già disponibili, con modi di rispondere scolastici e stereotipati.
E' come se fossimo nell'urgenza della ricerca di qualcosa, dell'acquistare o
comprare qualcosa, senza ancora sapere cosa. Noi ci struggiamo per qualcosa,
cerchiamo qualcosa, ci muoviamo verso qualcosa. La storia delle scienze è come
recarsi in un grande magazzino in cui i commessi ci offrono di tutto, eppure
ancora «ci manca qualcosa». Se , rimanendo alla metafora commerciale, ci si accontenta dell'articolo in vendita che
ci viene offerto, quella domanda originaria
cade nell'oblio. Alla domanda che riguarda l'oggetto dello stupore
corrisponde pressapoco quest'altra domanda: «perchè vi è qualcosa invece che il
nulla? Ma anche, viceversa, se pensassimo
che esiste solo il nulla ci porremmo il seguente quesito: «perché vi è il nulla
invece che qualcosa?». E' ben difficile uscire dal cerchio ( se non con il
concetto di divenire, come insegna Hegel).
Le domande grandi ma straordinariamente singolari, e quindi allo stesso
tempo piccole, per le quali non vi è risposta,
sono quelle che tutti noi ci poniamo e che la risposta immediata fa
differire e dimenticare.
Nel
capitolo conclusivo dell'«Incontro con il sé» viene affrontata la regione sconosciuta dello stupore e che
banalmente denominiamo «enigma del mondo», quella regione che può abbracciare con gran forza
anche grandi oggetti e fa sì che grandi dati ci gettino nella meraviglia e in
domande che esigono tutta la nostra
attenzione. La regione dello
stupore dunque può essere suscitata sia
da piccoli accidentali oggetti ( «l'osservazione che piove», «la vecchia
brocca») , sia da grandi oggetti che come segnali annunciano, inaspettata ma tanto attesa, la salvezza.
Nelle
pagine centrali dell'incontro con il sé la carica di spirito utopico si
manifesta principalmente attraverso due concetti, anzi i due concetti principali dell'opera: 1)«la tenebra dell'attimo
appena vissuto( del qui e ora) »;2) «il sapere non ancora conscio», con il «non
ancora divenuto» che gli corrisponde.
Entrambi
i concetti sono perifrasi dell'utopico e sono unite dalla categoria del «non ancora», una categoria che entra
nella nostra esperienza attraverso i sogni ad occhi aperti, un sogno diurno
assai differente nella sua «natura» dal freudiano sogno notturno: esso non è il
suo preludio ma la regione del «Non-essere- ancora». L'esistente non ancora
conscio e il Non-ancora-divenuto appaiono nel mondo come tendenza verso
qualcosa che non c'è ancora.
Il
primo concetto ¨C «la tenebra
dell'istante appena vissuto» ¨C indica il fatto o l'esperienza che nel punto in
cui ci troviamo in ogni istante, non
vediamo nulla. Abbiamo un presentimento di questo istante quando è passato ,
oppure prima, quando ancora lo attendiamo.
Solo quando «si va un po' più in là» di questo punto cieco o tenebra
dell'immediato «ora»dell'istante temporale e «qui» del luogo spaziale, noi
rivediamo la punta della matita che gli passa vicino.
Forse
«l'incontro con il Sè» e la «forma del problema incostruibile» sono lo spazio
che recinge la «tenebra dell'immediato»?
Tenebra e problema incostruibile coincidono(
stupor mundi ) ?
Se
la risposta è affermativa allora l'enigma e il mitico misterico di una cosa non
si collocano lassù in alto, distanti da
noi, troneggiando imponenti nell' al di là, oltre ogni immanenza, ma tenebra
ed enigma devono essere compresi in questa prospettiva che trascende ma non è
trascendente ( la liberazione dello spirito nel punto di fuga del
materialismo storico e somatico), poiché
costituiscono l'immanenza più intima di ciò che è. Proprio nella
prossimità si nasconde l'enigma , il singolare mistero che qualcosa è; esso
deve essere strappato alla prossimità , all'immediatezza , alla cattiva
immediatezza e posto a una certa distanza da noi. L'immediato ha bisogno di mediazione per essere visto e
pensato. Ma questa soluzione o parola
d'ordine per l'immediato può forse essere trovata in determinate impostazioni
del problema date dalla metodica sistematrice delle nostre scienze, dal suo
ordine riduttivo?
No, è necessario
invece indagare all'interno di una interdisciplinarietà trasversale che può
trovare ciò che essenzialmente intende nel meno appariscente. La
musica , in cui l'inteso appare e tuttavia non appare, è un campo
particolarmente significativo.
Qui ha la sua
origine la domanda verso ciò che intendiamo come regno della libertà, per società senza classi
, in tutti i sogni diurni di una vita migliore e più identica, non essendo
ancora questa presente. Eppure può sempre
essere intesa, e( in ogni istante) manifestarsi oggettivamente una
tendenza verso di essa e una latenza,
cioè un essere nascosto dell'oggetto.
L'ultima
parte di Spirito dell'utopia è
intitolata : Karl Marx , la morte e l'Apocalisse.
Essa indica le strade del mondo lungo le quali l'interiore può
diventare esteriore e l'esteriore come l'interiore. Nei Manoscrittti economico-filosofici( opera giovanile del 1844, ma
pubblicata postuma solo nel 1932) Karl Marx parla di naturalizzazione dell'uomo
e umanizzazione della natura. L'interiore deve diventare esteriore , quindi
naturale, ma nello stesso atto l'esteriore deve diventare come l'interiore.
Il
«come» è decisivo e si volge contro l'idealismo soggettivo e quello oggettivo,
non potendosi mai spacciare l'esteriore per l'interiore: esso può solo
adeguarsi all'interiore. E' ciò che accade
quando l'interiorità del tutto e non solo la nostra si manifesta
nell'esteriore. Questa direzione nelle strade del mondo fa i conti con la
guerra in quanto guerra contro Marx e il marxismo, e fa i conti con la morte
considerata la più forte antiutopia, perché il suo contraccolpo tronca ogni
mediazione. Essa non è l'ultima parola , vi è una realtà che le è
extraterritoriale, cioè il non ancora divenuto che non può trapassare come il
divenuto.
Di
qui la trattazione dell'Apocalisse,
espressione mitica del fatto che la
genesi non
sta all'inizio del mondo , ma sorge alla sua fine.
Il mondo giusto
e la sua giusta verità non sono ancora apparse; l'Apocalisse, l'escatologia, la
dottrina delle cose ultime, è strettamente congiunta con la questione assai
problematica della meta finale verso cui tutto tende, per cui il mondo giusto
corre il grande pericolo di mancare sé stesso nel suo manifestarsi e di
diventare qualcosa di totalmente diverso dal giusto( di correre verso i punti apocalittici di azzeramento di quattro
processi fondamentali di cui ci parla nelle sue opere il filosofo sloveno
Zizek, non come fine del mondo ma come
suo rovesciamento irreversibile in un contesto «postumano») . Per questo
l'apocalisse deve essere avulsa dal suo stadio mitico e mitologico. Ora il
problema e il compito è una
mediazione dell'immediato quale stretto intreccio di mete lontane e di scopi prossimi(
vedi sopra).
L'immediato
che non si può vedere e comprendere, deve manifestarsi nelle mediazioni del
processo universale, perché gli occhi si
aprano e quindi si realizzi non solo un incontro con il Sè, ma anche un
incontro con il mondo, e cioè un incontro del mondo con sé stesso.
Il mondo è un
eccezionale esperimento di sé stesso, un esperimento che non né riuscito né
fallito. L'apocalittico in Spirito
dell'utopia è una secolarizzazione dei suoi elementi teologici
e tenta di
rimettere sui piedi il teologico insieme
al problema del fine e della finalità, del termine e dello scopo del tutto.
Questi temi
necessariamente s'incontrano con il marxismo e la configurazione di una società
senza classi non ancora oggettivamente
esistente. Ma di fronte a questa fantasmaticità della metà è però presente
l'invariante della direzione dal contenuto non ancora attuale. Lo spirito dell'utopia cerca la strada di
questa direzione invariante.
La tradizionale metafisica in qualità di scienza contemplativa considera suoi oggetti
di conoscenza massimamente sicuri quelli massimamente remoti nel tempo e nello spazio, per cui il qui presente e il futuro, non potendo essere contemplati, gli sfuggono, poiché essi hanno massimamente bisogno, per il loro concetto
completo, della prassi e della decisione della
volontà in essa presente, quindi della dialettica marxista tra teoria e prassi, ( o
dell'ermeneutica della praxis aristotelica che gli è immediatamente succedanea
, antesignana nei suoi confronti).
L'utopia
sociale e politica di puro desiderio delle isole o città immaginarie ¨C Utopia , La Città del Sole, Nuova Atlantide ¨C così come le utopie a cavallo
tra settecento e ottocento di Saint Simon e Fourier, hanno costituito solo la premessa di una prassi di trasformazione
finalmente realizzabile del marxismo, criticando l'astrattezza dell' utopizzare
precedente e rafforzando in questo modo
la fedeltà all'orizzonte futuro della
funzione utopica. «Il marxismo non è
una non utopia, ma il novum di un 'utopia concreta». ( vedi Principio speranza).
Dunque
il contenuto dello spirito dell'utopia esposto per sommi capi va dall'
«Intenzione»a «L'incontro con il sè», per ritornare infine al contenuto
dell'Intenzione, quasi in una ripresa del tema sinfonico . Tutto ciò che è
contenuto nell'intenzione ricompare di
nuovo alla fine arricchito dal lungo capitolo dell'incontro con il sé,
scrutando la nostra storia e le sue
opere, volgendosi all'utopia e quindi a ciò che non è riscattato, che ci
attende , che non è ancora giunto e che inoltre è molto minacciato. Noi uomini siamo al fronte del processo
di attesa ( di speranza) e di fondazione, con la nostra indagine e la
nostra esigenza anticipatrice, che illuminano la via davanti ai nostri passi.