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Attualità
Populismo e rimozione della politica
Agostino Pietrasanta
Non serve recriminare sui sintomi: l’irrilevanza dei risultati ed il caos che caratterizzano il quadro politico non si risolve con proposte sugli schieramenti e sulle loro possibili soluzioni; le ragioni di lungo periodo stanno nella fondazione molto fragile del sistema democratico. Definirei anche inutile invocare la complessità positiva della Costituzione repubblicana, dal momento che si tratta di documento disatteso e, per troppi aspetti, banalizzato.
Ci troviamo a rilevare, almeno su parecchi fronti, un sostanziale fallimento;  ne tenterei alcune analisi, per punti schematici.
 
Alcuni passaggi critici sono stati lucidamente programmati, in particolare nel ventennio; tanto che si è gabbata come promozione della libera iniziativa la soppressione dell’art. 41 della Carta che pone sì la garanzia della proprietà privata, ma orientandola ai fini dell’utilità sociale. E tuttavia non sta qui la più devastante deriva delle strutture democratiche della nazione.
 
Suona, ormai e purtroppo, vuota retorica il richiamo alla fondazione della repubblica democratica sul lavoro; e non tanto perché la formulazione non sia cospicua in dottrina, tutt’altro; ma perché se c’è una questione, un autentico vulnus alla democrazia su cui tutti concordano è l’assenza di lavoro. E qui non c’è stata certo lucidità, ma se mai miopia. Sappiamo bene che la crisi morde in particolare sullo specifico, ma non possiamo affermare certo che si è intervenuti con lungimiranza. Si dice troppo spesso che sono necessari interventi, a cominciare da quelli fiscali, per favorire le opportunità di lavoro, ma non se ne fa nulla. Non solo; il sistema delle istituzioni bancarie, soprattutto in Italia preferisce interventi che ne assicurino la tenuta finanziaria, piuttosto che incentivare l’impresa, tanto che per i mutui si segue la via del lanternino. In soldoni: di lavoro si parla molto, si ragiona con enfasi, ma per il lavoro non si fa nulla. Inutile aggiungere che la disoccupazione, oltre un certo limite, apre spiragli di conflittualità sociale che nulla hanno da condividere con la dialettica tra le opinioni, carne del sistema democratico.
 
Ancora. C’è ben di più e ben di peggio. Se la Carta è stata svuotata colpevolmente, quando non dolosamente, in uno dei suoi pilastri, è stata del tutto disattesa, o piuttosto combattuta in un secondo pilastro: quello di rendere proficue ed operative le forze disponibili della nazione, attraverso l’integrale sviluppo della persona.  Forse qui, più  che dei leader, che pure hanno le loro responsabilità, ci sarebbe da dire di alcuni movimenti; per tanti versi, a mio avviso, meritevoli, soprattutto nell’analisi delle deviazioni del capitalismo, per altri aspetti hanno innescato dei meccanismi di attacco al merito della persona ed alla relativa promozione, dagli esiti inquietanti. Ne è derivato che, in molti casi, le migliori risorse di crescita sono state umiliate e distolte dal servizio alla città dell’uomo; e soprattutto sono state distolte le energie umane dei più indigenti sul piano economico, alle quali è mancato il contributo delle istituzioni, in conseguenza di un’ideologia egualitaria. Singolare situazione: per difendere i più deboli si sono favoriti i più forti, i più ricchi, quelli che non avevano bisogno dell’intervento istituzionale per realizzare il proprio integrale sviluppo. Come dire, meglio, come chiedere, senza pretendere di essere dei provocatori: forse che non sembra più di “sinistra” la promozione del merito personale che non l’egualitarismo innaturale in sé ed impraticabile nei rapporti sociali? Inutile che aggiunga e neppure che chiarisca perché l’ho già fatto troppe volte che il merito non ha nulla da spartire con il privilegio. In ogni caso, nella crisi, la mancanza di adeguate risorse umane, alla guida ed alle responsabilità della nazione e dell’Europa,  è stata tranquillamente “rimpiazzata” dai capi/scarichi che continuano a rincorrersi tra rigore e crescita senza combinare nulla e senza trovare uno strascico di soluzione che non sia quella di distruggere, col fisco, le risorse della classe media e devastando le prospettive dei consumi.
 
C’è però una faccia anche più inquietante nel processo di rimozione di fatto delle indicazioni costituzionali: la faccia che attiene più direttamente la politica; qui il problema è soprattutto italiano. Il richiamo all’art. 49 è d’obbligo. “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale”.
 
Senza offesa: casca l’asino! Almeno su due versanti: quello dei cittadini e quello dei partiti. Sui partiti c’è poco da spiegare. O non ci sono, o sono comitati per la difesa delle persone, singolarmente intese, o sono presenze tumultuanti di protesta populista, o sono dilaniati dalle lotte per gli schieramenti al carro dei vincitori.
Sui cittadini, dal momento che la Carta li chiama in causa come soggetti della politica della nazione, a fronte dei quali i partiti dovrebbero essere solo strumenti, conviene spendere qualche parola in più.
 
Il cittadino è tale se dimostra consapevolezza adeguata al compito che lo attende. Bene; ci troviamo con un cittadino la cui consapevolezza viene “assicurata” (si fa per dire) solo dai media, i quali si sono attrezzati per dare ai loro fruitori, cioè al pubblico degli ascoltatori, non la corretta informazione e tanto meno un’elaborazione formativa, ma solo e semplicemente ciò che l’audience impone. E questo vale soprattutto per la televisione, ma purtroppo, almeno quasi sempre, anche per i giornali.
 
Alla corte: manca un riferimento formativo. In Italia c’erano alcuni partiti e c’era la Chiesa. Sulla scuola ci permettiamo, nonostante l’intatta stima per alcuni ottimi insegnanti, un pietoso e saggio velo di silenzio. Ora, sui partiti abbiamo detto; sulla Chiesa, da quando si è fatta sostenitrice di una parte politica, troppo tardi definita impresentabile, c’è da prevedere un lungo percorso di risalita, prima di riprendere una credibilità adeguata. E speriamo nella tenuta di papa Francesco.
 
Non se ne esce e non serve neppure insistere sulle analisi degli errori fatti dai vari schieramenti per suggerirne altri. C’è ben poco da schierare, c’è il nulla. Per questo vado insistendo che il ruolo che dovremmo assicurare è quello di un dibattito sulla ripresa possibile della responsabilità, la quale pone il suo presupposto nella formazione.
In caso contrario non vedo come si possa uscire dal tunnel.  
 
20/11/2013 13:51:38
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