La guerra per le materie prime. L'Economia del Terrore?
La corsa per il controllo delle riserve libiche d’idrocarburiDalla fine della seconda guerra mondiale, al tempo del bipolarismo
(Usa- Urss), in varie parti del Pianeta sono scoppiati conflitti (anche più
sanguinosi di quelli recenti o attuali) con il loro contorno di terroristi,
dittatori, profittatori, falsi eroi, ecc. Eppure, sempre (tranne per il
conflitto israelo - palestinese) si è giunti a una soluzione di pace, equa e
durevole, mediante il negoziato.
Oggi, invece, di fronte a una crisi devastante del sistema delle relazioni
internazionale, sembra siano state accantonate le vie politiche,
diploma-tiche, a favore dell’opzione militare che produce mor-te, distruzioni
e… nuovo terrorismo.
La politica estera è sempre più “militarizzata”. La soluzione dei
conflitti non è più affidata a quel mastodonte semifallito che è l’Onu, ma a
micidiali interventi militari nei quali sono impiegati (an-che a fini pubblicitari)
nuovi sistemi d’arma, missili e proiettili di un’efficacia terrificante.
Ai “caschi blu”sono subentrati i moderni eserciti professionalizzati,
le nuove “compagnie di ventu-ra” (contractors”) che hanno fatto della guerra il
loro lucroso mestiere.
Una realtà drammatica che non può essere celata sotto il manto della
retorica patriottarda. Patria vuol dire “terra dei padri”. Nel nostro caso, la
“patria” è l’Italia che ogni cittadino, in armi o meno, ha il dovere- come recita la Costituzione- di
difendere da eventuali attacchi esterni. Punto.
Perciò, è tempo di dire pane al pane ossia che il vero “nemico” che i
nostri “ragazzi”(nella quasi totalità figli del Sud e del popolo lavoratore)
vanno a combattere in Afghanistan non è il talebano, ma la disoccupazione che
li affligge in Italia. I “grandi della Patria”, se sono dei veri patrioti, diano
un lavoro degno a questi ragazzi e nessuno di loro vorrà più vendere la vita
per una buona paga!
Ma, forse, proprio per questo non si decidono a risolvere il dramma
della disoccupazione.
E così, continuiamo a vedere partire “missioni umanitarie” verso gli
angoli più remoti della Terra, eserciti, corazzate e forze aeree, verso luoghi
lontani diverse migliaia di chilometri dalla patria.
E siccome una guerra tira l’altra, stiamo assistendo, sgomenti, a una
sorta di “guerra infinita” contro il “terrorismo”, vero e/o presunto, la
quale, invece di debellarlo, nei fatti, lo sta aiutando a crescere e a
diffondersi in Paesi dove prima non era riuscito ad allignare.
Domanda: tutto ciò accade per caso o per una sorta d’impazzi-mento
generale degli alti comandi politici e militari dei Paesi della Nato? O per
altre, più recondite ragioni?
In realtà, si tratta di una nuova versione della competizione commerciale,
di una guerra econo-mica combattuta con i missili e con i droni, per conseguire
la supremazia strategica nell’approvvi-gionamento delle materie prime e nel
controllo dei mercati e delle principali vie di comunicazione.
La Nato è morta, ma… bombarda
A tale scopo, è stato modificato, di soppiatto, il fine istituzionale
della Nato: da organismo di difesa euro-atlantica da eventuali aggressioni esterne
a micidiale strumento aggressivo e d’inge-renza negli affari interni di Stati
terzi sovrani.
Come scrive il generale Fabio Mini, già capo-missione militare dell’Onu
in Kosovo, nel suo saggio, eloquentemente, titolato “La Nato è morta”:
“La Nato che c’è non ha più nulla dell’idea
originaria, ma con una struttura consolidata in 60 anni di guerre finte, di
soldi e poltrone si presta e si appresta a diventare la Nato che non serve la
sicurezza, ma gli interessi: una Spa controllata dalla holding Usa…La sicurezza
internazionale non è più la mission del gruppo e nemmeno il suo dividendo: è il
pretesto per sollecitare una sottoscrizione obbligazionaria con la quale
garantire profitti alle solite quattro corporazioni e lobby.”
(Fabio Mini, “La Nato è morta” in Rivista
Limes, 6 aprile 2009)
Un uso, dunque, arbitrario, deviato della Nato la cui esistenza non si
giustifica dopo l’auto-liquidazione del
Patto di Varsavia. Com’è noto, la Nato
fu creata nel 1949, prima del Patto di Varsavia, come misura preventiva, per
difendere i confini degli Stati membri da un eventuale attacco esterno (leggi
Urss). Da oltre un ventennio, il Patto di Varsavia non c’è più, ma la Nato continua a esistere,
addirittura con compiti che fuoriescono dalla originaria missione di difesa e
dai limiti politici e geografici.
Oggi, si ostina a restare in Afghanistan dove- sostiene il generale
Mini- “non si riconosce che gli Stati
Uniti hanno commesso una serie di errori madornali che hanno via via reso più
complicata qualsiasi soluzione, compresa quella di forza. La Nato si è inserita in
Afghanistan in maniera surrettizia trasformando, senza alcuna preventiva
autorizzazione dell’Onu e con la compiacente acquiescenza di tutti, una
missione di assistenza in una missione di guerra ad oltranza.”
In forme più o meno camuffate, la Nato è presente in altri Paesi del M.O., mentre
si appresta a insediarsi, addirittura, in Colombia, in sud America, col cui
governo sono in corso trattative per un accordo di assistenza militare.
Insomma, si vuole portare la Nato
in regioni così lontane, fino ad oggi risparmiate da tutte le folli guerre
europee, africane e mediorientali.
Non si capisce dove si voglia arrivare. Non esiste una minaccia così
distruttiva verso l’Europa e gli Usa, tale, cioè, da giustificare la permanenza di
un’organizzazione militare così potente e aggres-siva. Meglio sarebbe se la Nato si sciogliesse e che l’Europa
si dotasse di uno strumento militare comune, dimensionato alle sue legittime
esigenze di difesa. Non di attacco!
L’economia del terrore?
1...
La gente non
capisce le ragioni di queste guerre in serie, disastrose, assassine,
costosissime, ammantate di falso umanitarismo. E, soprattutto, si chiede: a chi
convengono?
Sicuramente non ai popoli destinatari “delle missioni umanitarie” che
ne pagano lo scotto in termini di perdite di vite umane e di distruzioni
rovinose e nemmeno ai popoli dei Paesi da cui si originano che le pagano in termini
di sicurezza, di riduzione dei livelli di libertà, dei servizi sociali, anche
indispensabili, di aumento di tasse e balzelli, ecc.
Questa “guerra infinita” provoca morti e devastazioni, milioni di profughi
e di deportati, tagli delle spese sociali che immiseriscono le condizioni di
vita delle masse popolari; di con-verso, producono dividendi (di guerra) che
stanno arricchendo, spudoratamente, ristretti gruppi di potere economico e
finanziario. Peccato che giornali e tv quasi mai si occupano di tali scandalosi
aspetti, preferendo il gossip e i facili
attacchi alla “casta” dei politici! Mai alla casta dei padroni dei
(loro) giornali e delle televisioni!
Eppure, tutto gira intorno a tali gruppi di potere multinazionali che
ricorrono alle minacce, alla guerra per lucrare affari e guadagni favolosi,
per creare una sorta di “economia del terrore”, basata sull’ideologia della
paura e della violenza, per conseguire il massimo profitto e arraffare tutto
quel che luccica, in valore venale, nei Paesi presi di mira. Un po’ sul modello delle economie dominate dalla criminalità o, se si
preferisce, sullo schema brutale praticato dall’impero assiro già mille anni
a.C.
2...
In primo
luogo, si cercano nuovi mercati e materie prime strategiche da sottrarre ai
paesi poveri per alimentare l’assurdo modello di sviluppo occidentale che sta
portando l’umanità alla guerra e la
Terra alla distruzione. Le società occidentali cosiddette
“evolute” (ma sempre più scarse di risorse proprie) vivono nell’angos-cia di
vedere allargarsi la forbice tra consumi e riserve nazionali.
Sotto questo profilo, il caso degli Stati Uniti è perfino drammatico. L’obiettivo è l’approvvigionamento, a prezzi ragionevoli (ragionevoli,
per chi?) delle materie prime tradizionali, in particolare energetiche. Da
qui, le guerre e la corsa oggi estesa alle “materie prime rare” (quali: rame,
uranio, litio, platino, oro, diamanti, manganese, alluminio, ecc) necessarie
per alimentare lo sviluppo dei settori tecnologici più avanzati (telefonia
satellitare, comunicazioni, conduttori, media, fotografia, computer, ecc).
Per altro, con l’entrata in campo delle nuove potenze industriali del
terzo mondo (i BRICS ossia Brasile, Russia, India, Cina e Sud-Africa) il
fabbisogno totale di materie prime è in crescita esponen-ziale e pertanto si è
intensificata la corsa per l’accaparramento. Le grandi catene multi-nazionali
non guardano in faccia a nessuno, non vanno tanto per il sottile: intrigano,
corrompono e quando non ries-cono a spuntarla con tali metodi, attizzano le
guerre civili, tribali, i terrorismi di ogni colore, invocano l’intervento
degli eserciti della “madrepatria”.
Sono sorti, così, potenti gruppi di pressione, lobby con il compito
d’indurre i governi ad agire, anche mediante l’intervento militare, per
assicurarsi gli stock necessari.
3...
Persino in
Germania, dove ancora persiste un certo pudore verso la guerra, le più grandi
imprese hanno costituito addirittura una “Alleanza
per le materie prime”. Si tratta di una lobby potentissima che sta
premendo sul governo, sul parlamento, sui media e sull’opinione pubblica per
spingere i governanti a promuovere e/o a partecipare a tutti gli “interventi”
(anche militari) finalizzati al reperimento, al controllo e all’importazione di
materie prime strategiche insistenti in territori anche molto lontani. La grande industria tedesca, la “locomotiva europea”, forte impor-tatrice
e trasformatrice di materie prime, accusa difficoltà a competere con le
multinazionali concorrenti (Francia, Gran Bretagna, Usa, ecc) che le materie
prime le vanno a prendere con i droni, con i missili e con i carri armati.
“La grande industria tedesca, per bocca
di Dierk Paskert, direttore dell' "Alleanza per le materie prime",
ha chiesto un impegno per garantirsi l'accesso alle risorse e alle materie
prime. Anche militare. Tema scottante per un Paese il cui Presidente si dimise
nel 2010 dopo aver ammesso che i tedeschi combattevano in Afghanistan anche
per tutelare i propri interessi economici. Di questa "alleanza" fanno
parte fra gli altri Bayer, Bmw e Bosch e Thyssen Krupp, affamate di risorse che
la Germania
non possiede. La politica estera si fa anche con le armi? Le dichiarazioni di
Paskert mostrano che "il re è nudo".”
Credo che a nessuno sfuggano i rischi che potrebbero correre l’Europa,
il Mediterraneo, il mondo se la
Germania, la più importante econo-mia europea, già presente
in Afghanistan, decidesse di “armarsi e partire” alla ricerca di materie prime
strategiche.
4...
Questo e
altri esempi confermano la tendenza alla militarizzazione delle relazioni
economiche internazionali e spiegano le strampalate teorie sulle “guerre
preventive”, sulla “lotta infinita al terrorismo”, sulla “esportazione della
democrazia”, sulle (in)giuste “ingerenze umanitarie”, ecc. Tutte corbellerie per
spiriti semplici.
La verità è che la politica estera non la fanno più i politici, gli
statisti e le cancellerie, ma gli apparati industriali e militari, le banche
legate a tali affari, i servizi segreti con i loro oscuri intrighi. La fanno i
media con la loro disinformazione che, come un “burqa” afghano, avvolge le
farisaiche false coscienze di una certa opinione pubblica occidentale che si
commuove quando vede partire una “missione di pace” e non trova una parola di
pietà per le migliaia di vittime innocenti che tali “missioni” provocano.
A ben pensarci, queste guerre sono anche la dimostrazione del
fallimento dell’attuale modello politico, un atto di accusa nei confronti dei
gruppi dominanti incapaci di modificare il perverso modello produttivo basato
sullo sfruttamento della forza lavoro, sul consumismo esasperato e sulla
dissipazione delle risorse. Sono la follia di questo neocapitalismo liberista,
anonimo e arrogante, che sta conducendo l’umanità verso una nuova catastrofe.
Secolo 21: la “guerra infinita” per le materie prime
1...
L’intervento
della Nato in Libia è anche la conferma di una preoccupazione diffusa secondo
la quale questo XXI potrebbe caratterizzarsi come il secolo della “guerra
infinita” per il controllo della produzione e della commercializzazione delle
materie prime.
L’ipotesi non è per nulla peregrina. Già in questa prima decade si è
verificata una successione di eventi terribili: l’attentato alle “Torri
gemelle” di New York, le invasioni dell’Afghanistan, del-l’Iraq, l’insurrezione
in Libia e in Siria e una serie di conflitti in Africa altrettanto sanguinosi ma presto dimenticati.
Altri “interventi” sono stati pianificati e programmati e sono pronti per
essere attuati.
Al centro vi sono enormi interessi economici, finanziari e commerciali
che non lasciano presagire nulla di buono.
Se non dovessero intervenire radicali mutamenti nei modelli di consumo
e nelle politiche di approvvigionamento e di diversificazione delle fonti
energetiche, potrebbe aggravarsi quel micidiale combinato disposto fra crescita dei consumi e riduzione delle risorse
proprie disponibili. La corsa per accaparrarsi i nuovi grandi giacimenti di
materie prime è partita ed è difficile rallentarla, fermarla. Oltre che di petrolio
e di gas, nel mondo c’è anche uno spasmodico bisogno di uranio, litio, oro, diamanti,
di foreste, di terre incolte o feraci, di acqua, ecc. Le risorse primarie della
Terra non sono più “beni comuni”, diritti primari dell’umanità, ma merci da
vendere e da comprare.
Simili a famelici avvoltoi, le borse europee e nordamericane comprano
e vendono di tutto. Dove non è possibile comprare si passa alla rapina a… mano
armata.
Com’era prevedibile, in questo gioco pericoloso si sono inseriti,
(senza, però, ricorrere agli interventi militari) le imprese e i governi dei
BRICS e di altri minori. Soprattutto, i cinesi sono presenti in varie parti
del sud del mondo per assicurarsi enormi quantitativi di materie prime, energetiche
e di altro tipo, per supportare il loro gigantesco sviluppo industriale.
2...
Le pratiche
più diffuse per realizzare le transazioni con i governi dei Paesi detentori di
materie prime sono quelle della corruzione e della vendita di sistemi d’arma
sempre più sofisticate e micidiali.
Sul piano sociale interno, tali processi provocano scandalosi arricchimenti
e inaccettabili disparità che si traducono in nuove povertà.
Com’è noto, i capitali, le ricchezze accumulati, frutto di tali losche
pratiche, ritornano, in gran parte, nel circuito della finanza internazionale
che li ha generati. E così il ciclo riprende a funzionare, sempre a favore
delle economie dei paesi consumatori delle materie prime. Alcuni paesi arabi
del Golfo, grandi produttori di petrolio e di gas, sono un esempio fin troppo
eloquente di tale perversa logica economica e finanziaria.
Quando tale meccanismo minaccia d’incepparsi, allora si attizza una
“gloriosa” guerra tribale e/o religiosa per esportare in quel dato paese la democrazia, la libertà e…un bel po’
di armi. Si cambia il dittatore usurato, testardo con uno nuovo più malleabile,
magari fresco di laurea a Oxford o ad Haward, e il gioco riprende a funzio-nare.
Corruzione e aggressioni sono i metodi più praticati dai paesi gran-di
consumatori.
Fra questi c’è la Cina
cui bisogna dare atto di prediligere (almeno fino ad oggi) forme di
cooperazione basata sulla realizzazione (chiavi in mano) di grandi
infrastrutture. Per quanto “interessata” potrà essere questo tipo di cooperazione,
non c’è dubbio che è un metodo preferibile alla guerra. Pur con differenze di
metodo e di approccio, il dato politico generale, oggi, emergente è quello che
i popoli possessori di materie prime appetibili, invece di gioire e guardare
speranzosi al futuro, devono temere che, da un momento all’altro, arrivi loro
addosso “una missione umanitaria”
della Nato o “un programma di cooperazione”
dei cinesi.
Inclusione o esclusione: questo è il problema
In questa competizione globale per l’accaparramento delle materie
prime, c’è anche da considerare un’altra differenza sostanziale fra il sistema
cinese e quello occidentale: al comando della Cina c’è una “testa politica”,
per quanto autoritaria, mentre in Occidente domina “una testa finanziaria”.
La crisi che oggi investe l’Occidente è anche una spia evidente
dell’incapacità della finanza di gestire il potere economico e politico di cui
si è impossessata. Il predominio dei banchieri e dei grandi speculatori si è
dimostrato inadatto al governo degli Stati e delle nazioni e rischia di portare
al disastro tre quarti dell’umanità.
Per altro, tale realtà critica stride col dualismo polarizzante che si
sta affermando nel mondo fra l’area dell’esclusione sociale, dominante in
Occidente e nei paesi satelliti, provocata dalle politiche neoliberiste
portatrici di un modello che non genera sviluppo ma consumi superflui e
lussuosi, speculazioni, concentrazione apicale della ricchezza e nuove povertà;
e l’area dell’inclusione prevalente in quasi tutti i Paesi dell’America del
Sud, sottoposti per primi e con esiti catastrofici alla cura neoliberista.
Oggi, le forze progressiste democratiche sudamericane, al governo,
stanno realizzando, pur con limiti e contraddizioni, una politica di più equa
ripartizione della ricchezza nazionale (per altro in forte crescita), per la
fuoriuscita di decine di milioni di esseri umani dalla fascia della povertà e
dell’indigenza. Anche in Cina e in
In-dia s’include, ma quelli sono casi a se stanti.
Insomma, mentre in America del sud s’include, in Occidente si esclude,
si tagliano le spese sociali a favore di quelle militari, si consentono sui
“sacri mercati” le più spudorate speculazioni sulle monete, sul debito
pubblico, si tollerano fenomeni abnormi di evasione fiscale, ecc.
Soprattutto in Europa, si sta creando il clima adatto per alimentare,
innescare nuove paure, insicurezze, nazionalismi e populismi esasperati, per
iniettare i germi dell’odio sociale, del-l’antipolitica, dell'ingovernabilità e
rafforzare la tentazione autoritaria di un “nuovo ordine” che rimetta a posto le cose.
Prima che sia troppo tardi, s’impone un cambio di prospettiva, di
modello economico e sociale e di classi dirigenti.
“L’Occidente deve limitare la sua
potenza. Deve dare prova di tolleranza e riconoscere che l’altro possiede una
parte della verità…” ci ricorda il
già citato Laidi.
E qui mi fermo, perché desidero tornare alla Libia che, disponendo di
enormi giacimenti d’idrocarburi, è stata sottoposta al “trattamento” di questo
micidiale meccanismo.