Dalla “questione
d’Oriente” alla “questione araba”1...
La presenza
di una nutrita e qualificata partecipazione demo-cristiana nell’Associazione italo-araba
aveva anche una spiegazione politica riconducibile al nuovo approccio della Dc
verso il mon-do arabo. Una vera e propria svolta verificatasi, nella prima metà
degli anni ’70, grazie all’intuizione che ne trasse l’on. Aldo Moro proprio a
partire dalla presa del potere in Libia di Gheddafi e dall’inatteso cambiamento
dei rapporti bilaterali che porterà all’espulsione degli italiani.
Fu questo lo spunto, concitato e drammatico, per una presa d’atto del
più generale cambiamento del mondo arabo post-coloniale che si caratterizzava
per il suo nazionalismo panarabista, suffragato dal crescente ruolo economico
strategico, soprattutto per la produzione di petrolio da cui l’Italia dipendeva
quasi al 100%. Questi ed altri aspetti alimentarono una forte corrente d’interessi
internazionali verso i paesi arabi, alla quale si associò, seppure con
ritardo, anche l’Italia. Le tormentate vicende interne e i conflitti anticoloniali (Marocco,
Tunisia, Algeria, ecc) e quello arabo- israeliano, che ancora oggi sembra insanabile, generarono movimenti popolari
di liberazione che taluni, dimenticando quelli antifascisti europei, si
ostinavano a definire sbrigativamente“terroristi”.
Molti non si accorsero, o finsero, che, con la fine della seconda
guerra mondiale e l’avvio del processo di decolonizzazione su scala planetaria,
la “questione d’Oriente”, com’era intesa in chiave coloniale, era divenuta la
“questione araba”. Stava nascendo, a due passi dall’Italia e dall’Europa, un
“mondo nuovo”, carico di problemi e di poten-zialità, che si estendeva dall’Atlantico
al Golfo Persico, passando per il Mediterraneo. Un mondo che, dopo secoli di dominio
coloniale, chiedeva un riconoscimento politico per la sua indipen-denza, un
posto dignitoso nella storia e nel libero consesso delle nazioni, un rapporto
paritario con la nuova Europa in costruzione. Un processo interessante, a tratti controverso, di vitale importanza
per i futuri assetti mediterranei e del mondo che, in Italia, soltanto la
sinistra, in particolare il Pci, aveva colto e seguito e, in alcuni casi, aiutato
concretamente. Il filo atlantismo commisto al pregiudizio anti-islamico avevano
impedito al mondo cattolico, ai suoi governi di assumere una posizione di
comprensione, di solidarietà quantomeno politica. Come detto, la prima, vera occasione in cui i sommovimenti arabi
destarono l’attenzione preoccupata degli italiani fu, proprio, la “rivoluzione”
del 1° settembre 1969 in
Libia ad opera del gruppo di giovani ufficiali guidati da Muammar Gheddafi. La presenza (e la sorte) di circa 20.000 italiani nell' ex colonia giustificavano
la preoccupazione e inducevano il governo a intraprendere i passi necessari
per tutelarla.
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Contrariamente
a quanto si pensa, non fu Giulio Andreotti a elaborare e a inaugurare la nuova
politica estera italiana verso la
Libia e, in generale, verso il mondo arabo. Fu Aldo Moro, nel
1969 ministro degli esteri, cui capitò fra capo e collo la responsabilità di
gestire lo scottante dossier Libia, i rapporti col nuovo regime insediatosi a
Tripoli, resi difficili dal rimpatrio forzato degli italiani. Una “rivoluzione” per tutti inattesa, svoltasi sulla falsariga di
quella egiziana del 1952 attuata dagli “ufficiali liberi” guidati da Abdel
Gamal Nasser. Gheddafi e i suoi commilitoni s’ispirarono alle idee e alle grandi
opzioni politiche e sociali del “rais”, considerato il nuovo profeta della
rinascita della “nazione araba” in chiave popolare e socia-listeggiante, del
quale si proclamarono seguaci… a sua insaputa. In sostanza, quei giovani ufficiali libici fecero la “rivoluzione” in
nome di Nasser, senza preavvertirlo. Tanto che- nota Mino Vignolo nel suo citato libro “Gheddafi”- Muammar Heykal, inviato da Nas-ser per
prendere contatto con gli autori del colpo di stato, atterrato a Bengasi cercò,
invano, Abdu-laziz:
“Dov’è Abdulaziz? E’ convinto
che il nuovo leader sia Abdulaziz Shalhi, il capo di stato maggiore
dell’esercito con cui Nasser ha ottimi rapporti. Heykal non sa che il suo uomo
che aveva preparato il putsch per il 4 settembre, è in carcere…” Evidentemente, ci fu un contrattempo nel calendario delle
“rivoluzioni”. Nel senso che Gheddafi anticipò di tre giorni la “sua” e, così, riuscì a fregare e, a
incarcerare, il potente concorrente. Comunque, a parte tale inconveniente, i rapporti fra Gheddafi e il
presidente egiziano furono intensi e proficui, fino al punto che Nasser, pochi
mesi prima di morire, lo indicò come il suo “erede” politico più coerente e
determinato. Aldo Moro, che era ben edotto sulla realtà di tali rapporti mediante le
puntuali informative della nostra ambasciata del Cairo, colse il senso e la
portata del mutamento politico avvenuto in Libia e in atto nel mondo arabo e,
facendo di necessità virtù, impresse un approccio più ravvicinato e
dialogante, di moderata autonomia (rispetto ai vincoli dell’Alleanza atlantica)
alla politica estera italiana verso quelle realtà in ebollizione. La nuova impostazione nasceva, certo, dall’esi-genza di tutelare gli
italiani in Libia, ma anche da una prospettiva di collaborazione e di dialogo
diretto, anche al di fuori della stringente logica dei blocchi contrapposti. Nell’ottobre del 1969 (a poco più di un mese dal colpo di stato di
Gheddafi), in un discorso alla Camera, il ministro degli esteri Moro presentò le linee essenziali della nuova concezione
dei rapporti politici con la
Libia, indicando le principali direttrici di marcia per
meglio affrontare i problemi specifici nel segno della collabora-zione. Ecco
un passaggio, commentato da Arturo Varvelli.
“Il discorso di Moro aveva due
valenze: era una chiara risposta alla sinistra, ma, non a caso, si rivolgeva
direttamente a Gheddafi e ai nuovi governanti libici dopo gli attacchi alle
potenze straniere dei giorni precedenti. Moro era preoccupato di delineare
chiaramente la politica dell’Italia agli occhi della Libia. Quella del leader
democristiano si profilava come una politica estera “etica”.
Evidenziava l’anticolonialismo
della Repubblica e si pronunciava a favore di un assoluto rispetto
dell’indipendenza e dell’integrità di tutti gli Stati del Mediterraneo, e
insieme tendeva una mano a quei Paesi, avendo probabilmente in mente la Libia, che desideravano agire in autonomia dagli
Stati Uniti e dall’Unione Sovietica.”
Concludendo con un’ assicurazione e con un invito rivolto ai capi del
nuovo regime:
“Siamo pronti a cooperare con i
nuovi dirigenti libici nel comune interesse che lega i nostri due Paesi, le cui
popolazioni si comprendono e le cui economie si completano, come è dimostrato
dall’andamento degli scambi commerciali…”
3...
L’intuizione
di Moro fu, in generale, apprezzata e sostenuta dalla gran parte dello
schieramento politico e parlamentare e sarà
verificata, confermata e sviluppata nel corso degli anni successivi, sia
nei rapporti con la Libia
sia con altri Paesi maghrebini e arabi: Tunisia, Algeria, Marocco, Egitto,
Siria, Libano, ecc.
Il punto più critico dei rapporti con i libici si raggiunse nel luglio
del 1970, quando Gheddafi decretò l’espulsione dalla Libia di circa 20.000
italiani provocando un grave dramma sociale e umano e serissimi problemi al
governo italiano. Moro, nell’impossibilità di bloccarla, se ne fece una ragione. Anzi,
secondo un telegramma inviato il 6/9/70 da Tunisi ai Capi dello Stato e del
governo italiani, ne diede un’interpretazione politica tendente a
sdrammatizzare.
“L'esproprio e la cacciata della
comunità italiana servono in parte anche a coprire la ritirata ideologica di
Gheddafi sul fronte della lotta a Israele, oltre che a ribadire il carattere
rivoluzionario del regime. I Colonnelli han bisogno di gesti del genere (anche
nel settore del petrolio, ove si contenteranno per ora dell'au-mento del
prezzo), così come continueranno ad avere bisogno di complotti, veri o falsi. A
organizzare questi ultimi pensano i servizi speciali egiziani".
(Alberto Custodero in “La Repubblica”
del 9/8/2008).
Se non proprio giustificativa, tale posizione appariva quasi comprensiva,
tipica di chi non cerca vendetta ma un buon accordo. Una conferma indiretta di tale proposito si ebbe in quello stesso anno,
quando l’opposizione libica, in combutta col governo ingle-se, mise in atto un
piano per rovesciare Gheddafi. Aldo Moro avrebbe potuto aiutare i congiurati e punire chi aveva scatenato
la campagna contro gli italiani. Invece, diede al generale Vito Miceli, capo
del Sid, l’ordine di bloccare (a Mestre) la partenza della nave dei golpisti e
così salvare Gheddafi e il nuovo regime da un attacco che poteva essergli
fatale. Seguì, il 5 maggio 1971, un cordiale incontro tra Moro e il Colonnello
nel quale il ministro degli esteri italiano si rese disponibile verso le
richieste libiche, spingendosi addirittura- come sostiene Custodero - a
promettergli la“fornitura di mezzi di
trasporto navale ed aerei, in particolare elicotteri o aerei da addestramento
”. La nuova politica estera italiana verso l’area mediterranea e araba
troverà la sua più solenne enunciazione nella Conferenza internazionale di
Helsinki (1975) sulla pace e la sicurezza nel Mediterraneo. In quella eccezionale vetrina delle nazioni, Aldo Moro pronunciò un
memorabile discorso nel quale ribadì ed ampliò la nuova strategia italiana,
mirata a rinsaldare i legami di cooperazione pacifica con tutti i Paesi
rivieraschi, alla ricerca di un ruolo dell’Italia, relativamente autonomo
rispetto alle strategie Usa e Nato. Questo fu il vero punto di svolta della politica estera italiana che
sicuramente sarà stato notato, e annotato, a Washington. Bisogna dare atto ad
Aldo Moro di avere saputo, dal versante governativo, concepire e pilotare un
processo fondamentale sul quale si baseranno le politiche dei governi
successivi.
A quel tempo, Andreotti, più volte ministro e capo del governo, giocava
a fare il leader di una destra moderata, filo atlantica, che non disdegnava i
voti della destra neofascista in Parlamento e i “consigli” provenienti dal
Vaticano e dalla Casa Bianca. Soltanto nel 1976, col suo governo delle “larghe intese” e poi con
quello di “solidarietà nazionale” (1978) nella cui maggioranza parlamentare
figurava il Pci, l’on. Andreotti raccoglierà (quasi se la intesterà) quella ispirazione,
dai comunisti molto caldeggiata, volta a costruire una nuova e unitaria
politica araba e mediterranea dell’Italia. D’altra parte, è noto che l’on.
Andreotti non fu un grande stratega ma, soprattutto, un diligente esecutore. A tale svolta contribuì, in misura rilevante, il Pci che, fin dalla
fase delle lotte di liberazione nazionale dei paesi arabi, era stato l’unico
partito italiano a prospettarla, a rivendicarla, facendo anche tesoro
dell’esperienza di Enrico Mattei nel mondo arabo. Quando i capi della Dc (fra questi anche Amintore Fanfani) si accorsero
della “questione araba”, il Pci aveva, da anni, maturato un patrimonio di
contatti e di proposte, realizzato esperienze di solidarietà e collegamenti
con movimenti e partiti arabi, la gran parte dei quali erano al governo nei
rispettivi Paesi.
Insomma, questa convergenza non fu un “inciucio”.
Da entrambi le parti (Dc e Pci) si era consapevoli di aver operato una
scelta responsabile, impegnativa, autonoma a difesa della pace e della
cooperazione nel Mediterraneo, a tutela dei legittimi interessi economici
italiani nel mondo arabo.
Il generale Miceli in
soccorso di Gheddafi
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In
questo nuovo clima, i governanti italiani, al pari di taluni altri leader europei,
agirono per proteggere il regime del giovane Colonnello dagli attacchi e dai
tentativi di golpe portati avanti dall’entourage del re Idriss in combutta con
vecchie potenze coloniali. In diverse occasioni, l’Italia svolse un ruolo, addirittura, di tutela
del nuovo regime di Tripoli. Abbiamo già detto del soccorso dato a Gheddafi,
nel 1970, per far fallire “l’operazione
Hilton”.
La collaborazione tra i servizi continuò nel tempo. Ovviamente, Miceli non agì per simpatia personale verso il Colonnello
ma, come più volte mi raccontò, per ordine dei governanti italiani, in
particolare di Aldo Moro, i quali, saggiamente, erano consapevoli che per tutelare gli interessi italiani in Libia
bisognava salvare Gheddafi. Vicende arcinote anche perché oggetto di numerose inchieste gior-nalistiche
e perfino d’indagini giudiziarie che, però, il generale, divenuto nel 1983 mio
collega in commissione Difesa e vicino di ufficio nell’ex convento di Vicolo
Valdina, ogni tanto mi raccontava, ripetendosi. Forse, pensando di farmi cosa
gradita, poiché sapeva delle mie relazioni politiche con esponenti libici,
palestinesi e di altri Paesi arabi. Del resto anche di lui si diceva che fosse
“filo arabo”. Etichette, usate per sviare i problemi, per non affrontarli. Personalmente,
non sono stato mai “filo” qualcosa o qualcuno, ma solo un sostenitore della
giusta causa dei popoli arabi e in particolare di quello palestinese. Per
questo mio impegno fui indicato, in un discorso alla Camera, da Giorgio
Almirante (capo politico di Miceli) come “amico” di Arafat e dei gruppi
“terroristi” palestinesi e arabi. Venendo da lui, considerai l’accusa un grande
onore!
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A
scanso di equivoci, desidero precisare che col generale Vito Miceli non ebbi
mai relazioni confidenziali, di vera amicizia. Eravamo collocati su sponde
politiche contrapposte. Ci divideva il fiume della storia: lui sulla riva
destra ed io su quella sinistra e non c’erano ponti a congiungerle. Fra noi ci
fu solo un rapporto fra colleghi di commissione che si rafforzò a seguito di
un episodio accaduto a New York, durante una visita negli Usa di una dele-gazione
della commissione Difesa. Il fatto successe in una gelida sera di febbraio 1986, all’uscita dal
teatro Broadway, dove eravamo andati a vedere il celebre musical “Cats”. Nella via c’era un freddo
estremo, provocato da folate di vento glaciale provenienti dal nord. Eravamo in attesa del “verde” per raggiungere il ristorante posto nella
parte opposta dell’avenue. Improvvisamente, vedemmo il generale accas-ciarsi a
terra.
In quel trambusto e nell’attesa di trovare un medico, pensammo di
toglierlo dal gelo e di portarlo, a braccio, all’interno del ristorante. Al caldo, l’anziano generale si riprese; “niente, nulla di grave…” ci rassicurò. Non volle che chiamassimo
un medico per un controllo. Partecipò al pranzo, come previsto. Dopo questo episodio, Miceli prese a guardarmi con una certa simpatia.
Mi chiamava “paisà” per via della comune origine siciliana (era nativo di
Trapani anche se mi disse che la famiglia paterna proveniva da Castronovo di
Sicilia, in provincia di Palermo). Da vecchio volpone, con
l’occhio allenato, più di una volta mi avvertì di “fare attenzione” alla bella
interprete che spesso s’intratteneva con me.
“Stai attento, paisà, quella è una tigre. Te l’hanno messa alle calcagna per
controllarti”.
Lo diceva con un sorrisino appena accennato che lasciava trapelare
tutta la sua esperienza in fatto di spionaggio e di controspionaggio. La cosa
poteva avere anche un fondamento poiché ero uno dei tre comunisti approdati
negli Usa, in deroga a un divieto di legge, che stavano visitando importanti
basi militari americane, compresi i silos dei missili nucleari
intercontinentali.
3...
La
visita della delegazione in Usa andò molto bene. Fu molto utile (almeno per
noi) per conoscere taluni aspetti delle relazioni politiche bilaterali in campo
militare e anche alcuni siti e infrastrut-ture di notevole importanza strategica.
Il dato più rilevante, inedito, sul piano politico di quella visita era
costituito dal fatto che, per la prima volta, alcuni esponenti qualificati del
Pci erano stati invitati, ufficialmente, dall’ammi-nistrazione Reagan e
ricevuti al Pentagono dal segretario della difesa in carica. Come scrissero diversi quotidiani nazionali (dal “Messaggero” al “Giorno”,
da “l’Unità al “Il Tempo” ecc), “per la prima volta Weimberger ha ricevuto
(al Pentagono) tre parlamentari comunisti italiani: gli onorevoli Vito
Angelini, Giuseppe Gatti e Agostino Spataro.” Di là delle persone coinvolte, il fatto ebbe un certo rilievo per questa
“prima volta” di tre esponenti del
Partito comunista italiano che mettevano, ufficialmente, piede dentro il
Pentagono. La preparazione della delegazione era stata molto laboriosa e accompagnata
da una sorta di trattativa fra la
Camera dei Deputati e la sede diplomatica Usa per aggirare,
in qualche modo, il divieto di ingresso di comunisti negli States. Per altro, in base al programma della visita, i delegati comunisti
avrebbero avuto contatti politici qualificati e accesso ad alcune importanti
infrastrutture missilistiche (anche nucleari) e di comando e controllo. Alla fine, prevalse il buon senso. L’ostacolo fu aggirato sulla base di
un escamotage secondo cui la nostra richiesta di visto non era avanzata da cittadini italiani iscritti al
Pci, ma da membri del Parlamento italiano invitati, in delegazione, dal
ministero della Difesa Usa. Strani questi americani! Avevano fatto tante storie per concederci il
visto d’ingresso, ma, una volta entrati, ci hanno fatto visitare perfino una
batteria di missili nucleari intercontinentali in una base dell’Ohio, vari
sistemi d’arma, i laboratori di ricerca sulle “armi stellari” a Livermore (San
Francisco) e il comando sotterraneo del Norad di Cheyenne Mountain, nei pressi di Colorado
Spring.
L’unico divieto al quale tenevano era quello di non fotografare gli
impianti. E noi lo rispettammo!
4...
Fummo
ricevuti al massimo livello politico e militare: dal Segretario di Stato alla
Difesa, Caspar Weinberger, e dall’ammiraglio William Crowe, presidente del
comitato dei capi di stato maggiore delle forze armate statunitensi. Anche questo era un segno importante di considerazione politica per una
delegazione parlamentare italiana che, per giunta, includeva alcuni deputati
comunisti. Nei pourparler preparatori dei due incontri politici feci sapere ai
colleghi della delegazione che ero intenzionato a porre al segretario di Stato
e all’ammiraglio una domanda circa le voci, già circolanti in taluni ambienti
in Italia, di un prossimo attacco Usa alla Libia. Fui vivamente sconsigliato dal porre domande del genere che avrebbero
potuto turbare il clima di amicizia e l’ottima accoglienza riservataci, senza,
per altro, potere sperare di ottenere una risposta appropriata. L’on. Attilio Ruffini, capo della nostra delega-zione, me lo disse più
di una volta: “Mi sembra una cosa inutile
oltre che inopportuna. E poi, scusami, ammesso che ci sia qualcosa di vero, lo
vengono a dire a te, a me?” Anch’io ero convinto che l’avrebbero negata o ignorata. Tuttavia, posi
lo stesso la domanda per far sapere loro che la “cosa” già si sapeva in giro.
Infatti, Crowe negò tale possibilità senza tentennamenti, mentre
Weimberger, semplice-mente, non rispose alla domanda. Salvo, 40 giorni dopo,
scatenare il micidiale attacco contro la Libia. La super corrente
“filo araba” della Democrazia Cristiana
1...
Come
detto, la svolta di Moro, proseguita da Andreotti, si trascinò dietro buona
parte della Democrazia Cristiana, personalità eminenti del Vaticano, settori
dei movimenti sociali e del sindaca-lismo d’ispirazione cattolica, enti a
partecipazione statale, ecc. L’Eni aveva già una sua politica estera
“filoaraba”. L’Associazione italo - araba prese atto, con soddisfazione, di tale
cambiamento e, per tutta, risposta rielaborò la sua impostazione politica,
rinnovò e ampliò la sua struttura dirigente, stabilì nuove relazioni con i
partiti italiani di governo e di opposizione. Realizzò la sua piccola svolta col pieno accordo di Lelio Basso il
quale lasciò la presidenza effettiva per favorire il “nuovo corso” e il più
ampio processo di accorpamento politico unitario all’interno dell’associazione. Ai rappresentanti dei partiti e dei sindacati di sinistra (soprattutto
del Pci e dell’ex Psiup) e di alcuni movimenti e centri d’ispirazione terzo-mondista,
si aggiunsero autorevoli rappresentanti della sinistra democristiana, della
Cisl, del Psi e qualcuno perfino del Psdi.
Aderirono anche alcuni fra i più eminenti orientalisti e insigni esponenti
del mondo accademico (fra cui: i professori Francesco Gabrieli, Umberto
Rizzitano, Bianca Maria Scarcia Amoretti, Francesca Corrao, Franco Cardini,
Giorgio Giovannoni; giornalisti di primissimo piano fra i quali Igor Mann
(celebre inviato de “La Stampa”), Dino
Frescobaldi, (inviato e acuto editorialista del “Corriere della Sera”), Eric Salerno (inviato de“Il Messaggero”), Giancarlo Lannutti (inviato
de “l’Unità”), ecc.
Insomma, il meglio che c’era sulla piazza. Queste personalità non furono inserite negli organi direttivi come
elementi puramente decorativi, ma partecipavano attivamente al dibattito e alle
iniziative dell’Associazione della cui presidenza nazionale erano membri. In
questa veste, Dino Frescobaldi fu incaricato di curare i delicati rapporti col
fondo arabo (Anaf) di Londra. Attorno all’Associazione si aggregò una buona compagine, amica della
giusta causa araba e non nemica dei legittimi diritti d’Israele, rappre-sentativa
dell’intero “arco costituzionale”, come, allora, si usava dire. Solo i repubblicani non vollero aderire. Credo per una sorta di pregiudizio
verso gli arabi. Pazienza. In verità, nessuno sentì molto la loro mancanza.
Molti, in Parlamento e sui giornali, scambiarono il sodalizio per una
“lobby” araba da contrapporre a quella ebraico/ israeliana che, effettivamente,
operava da anni con efficienza e senza tanti clamori. In realtà, la nostra non
fu mai un’azione da lobby, né da “gruppo di pressione” a tutela d’interessi
particolari o, peggio, illeciti, ma un’iniziativa politica pubblica a favore
delle cause giuste (o da noi ritenute tali) e in generale tesa a migliorare le
relazioni politiche, economiche e culturali tra il mondo arabo, l’Italia e l’Eu-ropa.
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Per
un accordo non codificato, presidente dell’associazione veniva eletto un esponente
di primo piano della sinistra della De-mocrazia Cristiana, possibilmente
membro del governo. Fra questi: Virginio Rognoni (più volte), Luigi Granelli, Franco Maria
Malfatti, tutti ministri o ex ministri. Negli organismi direttivi figuravano
diversi parlamentari di un certo prestigio, fra cui: Al- berto Aiardi, Gilberto
Bonalumi, Paolo Cabras, Calogero Pumilia, Piero Bassetti, Guido Bodrato, Franco
Foschi, Carlo Fracanzani, Giulia-no Silvestri, Franco Salvi, Angelo Sanza, il
sen. Giuseppe Orlando. Insomma, quella democristiana era una componente numerosa e molto
attiva nell’Asso-ciazione. Gli unici due presidenti non democristiani furono il dottor Giuseppe
Ratti, già presidente dell’Eni, e il dottor Rinaldo Ossola, ex direttore generale
e vicegovernatore della Banca d’Italia, già
ministro per il commercio estero. Ossola fu eletto, agli inizi degli anni ’80, in primo luogo, per le sue
ottime referenze politiche e professionali, per il prestigio, anche internazio-nale,
della sua personalità, ma anche-
diciamolo pure - perché, essendo di area Pri, si sperava in un rapporto
proficuo con il senatore Giovanni Spadolini, che, in quel momento, era il primo
presidente del Consiglio non democristiano, dopo Ferruccio Parri.
Rinaldo Ossola fu un ottimo presidente, competente, aperto e unitario.
Il nostro obiettivo era di far valere i giusti diritti dei popoli arabi, in
particolare di quello palestinese, senza contrapporli a quelli altrettanto
giusti del popolo israeliano ad avere uno Stato sovrano e sicuro entro i
confini sanciti dalle risoluzioni dell’Onu. Tutte le pretese che andavano fuori di tale contesto, non potevano
essere da noi sostenute. Questa era la nostra regola. Purtroppo, chi la
trasgrediva, collocandosi fuori del contesto legale delle Nazioni Unite, erano,
in primo luogo, i governi israeliani che rifiutavano di applicare le diverse
risoluzioni dell’Onu che impongono la restituzione dei territori palestinesi e
siriani occupati dal 1967. Com’è noto, tale rifiuto persiste fino ai nostri
giorni.