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Esperienze tra Oriente e Occidente
La leggerezza dell'essere
Fabrizio Uderzo

 

L’epilogo che riassume e conclude quanto detto negli ultimi articoli è quanto mai semplice.

L’emozione straordinaria e decisiva,  palpitante, che lascia attonito colui che la vive, è scoprire la limpida e sconfinata leggerezza dell’essere e del vivere: la “beata semplicità” come la chiama Raimon Panikkar (1918-2010). Non è facile incontrarla, e occorre prima comprendere come la pesantezza che ci zavorra non esista nella realtà, perché è solo una manifestazione della nostra errata visione, a sua volta originata da una ignoranza di fondo talmente onnipervadente che molti nemmeno si accorgono della fatica gravosa che li opprime. Ma inseguendo un cammino di purificazione a poco a poco la verità si svela, come un’acqua torbida che calmandosi deposita le impurità e così se ne libera diventando limpida e trasparente: così diventa possibile vedere il fondo.

Come si è visto, davanti ai grandi quesiti dell’umanità e dell’universo, l’uomo è solo e non ha risposte innate soddisfacenti. Egli viene al mondo nella solitudine  e lascia questo mondo nella solitudine  dopo aver assai tribolato nelle vicende che hanno accompagnato la sua vita, o meglio, questo segmento della sua esistenza. Ma non è detto che la realtà umana si esaurisca in questa routine. Non possiamo dimenticare che l’uomo è dotato di una coscienza  e che questa coscienza gli permette di osservare sé stesso e la propria natura in tutti i suoi aspetti, comprese quelle realtà  che i  sensi fisici non possono cogliere. Questo vale per tutti e appartiene a tutti gli esseri, umani e, si tramanda, non solo umani.

Ora, c’è qualcuno, che io chiamo  fortunato anche se non si può parlare di mera “fortuna” nel senso comune di alea   che   nella sua ricerca alle radici del sé   percepisce  qualcos’altro di reale nelle profondità del suo essere,  avvertito magari solo per un attimo, qualcosa che  attraversa il suo cielo come un lampo, qualcosa che spesso somiglia  a un indicibile anelito, a una voce a volte irresistibile che  chiama e che fa intravvedere tra le nuvole e le nebbie della nostra limitata conoscenza una dimensione che travalica ogni aspetto del suo essere uomo, al di là della stessa sua comparsa sul pianeta terra. È come, per un cieco che vive da sempre nell’oscurità, arrivare a vedere per la prima volta il sole che squarcia le nuvole: un’esperienza emozionante, un rapimento intimo che porta uno  turbamento particolare e unico nell’animo di chi ha la sorte di viverla. Quello che egli sembra percepire, e che in realtà davvero sperimenta, è qualcosa di incommensurabile, senza limiti, e, per ciò stesso, inspiegabile e indescrivibile.

È possibile che la sua brama naturale di “sapere” lo induca ad approfondire tale esperienza extrasensoriale, a ricercarne l’origine e la reale consistenza, e così egli arriva a scoprire  l’esistenza, dentro sé, del “mistero”, di un “mistero” che vive sigillato in una stanza segreta del suo cuore. e nello stesso istante egli comprende quanto gli enigmi che giacciono insoluti dentro di sé, siano, come detto, molto più grandi delle sue capacità intellettive. E si trova così gli pare ad un bivio: o forzare la porta di quella stanza segreta del cuore  e andare oltre la sua finitezza congenita, per  trovare così, attraverso un’esperienza diretta, la sconfinata e indicibile realtà delle cose, di sé stesso e dell’universo; oppure rimanere al di qua di quella stessa porta affondando in un dubbio esistenziale tremendo (il quadro dell’uomo che vorrebbe aprire la porta della conoscenza non può non far pensare al famoso racconto di Kafka “Davanti alla legge”, ma ricorda anche la mela che Adamo invano mangiò insieme ad Eva nel giardino dell’Eden e che tanto gli costò).

V’è da domandarsi perché l’uomo sia così terribilmente attratto dal mistero che lo avvolge, dall’ignoto, dalla mela della conoscenza dell’Eden, da ciò che non sa e che potrebbe trovare al di là delle Colonne d’Ercole. Azzardo un’ipotesi: forse perché una “stilla di incommensurabile” dentro di lui lo rende insoddisfatto e insofferente della propria condizione umana? E non è proprio questa stilla di insoddisfazione per la sua condizione, questa brama di conoscenza che giustifica la sua aspirazione al divino?

Forse v’è da chiedersi se questa aspirazione al divino per il fatto stesso di essere avvertita, già non renda di per sé, l’uomo divino, pur con tutto il suo fardello di umanità che si porta sulle spalle e nel cuore.

Ma che senso può avere il cercare di uscire dalla nostra finitezza congenita per approdare all’oceano infinito della dimensione spirituale, ammesso che ci si possa riuscire in questa vita? E questo non vuole forse nascondere la pretesa di sconvolgere l’ordine naturale delle cose? Ciò sarebbe estremamente arduo se non impossibile finché abbiamo un corpo che si lamenta ad ogni pizzicotto. Se siamo nati uomini, perché aneliamo ad un superamento di tale condizione supponendo che l’unica ed efficace via sia abbandonare, per poi superarla, la dimensione umana? Forse perché vogliamo allontanarci dalla sofferenza che accompagna le nostre vicende esistenziali per attingere la fine del dolore e la beatitudine eterna?

In realtà tutto sembra molto più semplice. È qui infatti che ci viene in aiuto il supremo Dharma del Buddha, il suo insegnamento, la via da lui indicata.

Non esiste alcun bivio. Che si vada in una direzione  o in un’altra nulla cambia. Tutto è chiaro fin dal primo momento. L’illuminazione, la conoscenza, il “senza limite”, la cosiddetta salvezza sono già nell’uomo fin dall’origine, indipendentemente dal fatto che egli se ne renda conto. Ciò costituisce la base della comprensione del mistero dell’uomo. È questo suo stato primordiale  il suo fondamento, quello che a volte si mostra, si fa sentire e qualche volta prorompe dal silenzio delle profondità.

Non v’è nulla da cercare,  dice il Buddha, nulla da accettare e nulla da rifiutare, nessuna direzione da seguire. Tutto, fin dall’origine, è già fatto, è già qui, è completo ed è perfetto. Occorre solo che l’uomo lo realizzi. “Finito” e “Infinito” sono una dicotomia creata dalla nostra mente concettuale. La realtà si trova al di là dei concetti, al di là della mente discorsiva che cataloga e ragiona. La realtà non è dualistica, come invece appare alla nostra visione limitata. Il praticante si rilassi e impari a dimorare al di là di ciò che appare ai suoi sensi, tagli alle radici l’attaccamento per sé stesso e per i fenomeni belli o brutti che appaiono sulla sua strada e che lo trattengono legandolo, faccia l’esperienza della realtà pura della mente, della sua essenza e della sua natura, e  comprenderà profondamente, in un istante improvviso  cosa sia la liberazione e da quel momento non perderà più il suo tempo a distrarsi col dibattere su questo e su quello.

È nell’integrazione delle due dimensioni, pura e impura, che le si supera entrambe. Si saprà allora che “puro” e “impuro” sono la stessa cosa. Sacro, profano, samsara e nirvana sono solo concetti creati dalla nostra mente: al di là di essi c’è il non-duale: incomparabile levità dell’essere, nel cui grembo si può contemplare l’eterea e luminosa leggerezza creativa del vivere.

Tutta l’esistenza è nettare: per purezza e impurità non c’è posto dall’origine” diceva la prostituta Metsongma Parani, una grande realizzata del  II° secolo a.C.

Hui Neng (638-713 dell’era moderna), analfabeta, sesto Patriarca dello zen cinese, il cui insegnamento costituisce un  caposaldo basilare per tutto il Buddhismo, così espresse la sua realizzazione:

 

Quando il praticante sarà libero da tutti i dubbi

Vorrà dire che ha trovato la sua Essenza della Mente.

Il Regno di Buddha è in questo mondo

Cercare l’illuminazione separandosi da questo mondo

  È  assurdo come cercare le corna di un coniglio.

Le idee giuste sono dette ‘trascendenti’;

Le idee sbagliate sono dette ‘mondane’.

Quando tutte le idee, giuste o sbagliate, sono lasciate da parte

Appare l’essenza della Bodhi”

Ma è bene smettere con i ragionamenti che non creano nulla e sperimentare la realtà in modo diretto e personale.

Andarsene con passo leggero,

come un uccello nella notte,

andarsene nella leggerezza dell’essere.

Questa è vita. Questa è “la” vita.

Per non esservi, per non essere mai stati.

La semplicità se la conquisti diventa assoluta.

Guardi e non c’è nessuno. Non c’è nulla da vedere.

Ma in questo nulla da vedere c’è tutto.

Come dirtelo? Con quali parole?

 Riposa nel silenzio che crea,

grande come la coscienza universale.

Saltare dalla torre più alta

e trovare

il mare.

13/02/2017 18:37:34
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