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Finis Terrae
Finis terrae (VII)
Giancarlo Patrucco

Già vi ho detto, la volta scorsa, dell’alone di mistero che, nel corso dei secoli, ha avvolto la storia dei Templari. In questi ultimi anni, poi, se possibile, il loro numero è ancora aumentato. Decine di films, centinaia di pubblicazioni, migliaia di siti Internet sono stati dedicati ai Poveri Cavalieri del Tempio, ricostruendone in modo più o meno fantasioso le gesta, i luoghi, i tempi, le vicissitudini, prima e dopo il rogo dell’ultimo Gran Maestro, Jacques de Molay.

Spesso, a mistero si è aggiunto mistero, creando un viluppo inestricabile fra storia, fantastoria e romanzo. Così, i Templari sono finiti insieme ai Catari, ai Patarini, ai Bogomili, ma anche in compagnia dei Massoni, dei Figli della Luce, dei Saggi di Sion e, addirittura, degli Assassini della setta leggendaria che obbediva al Vecchio della Montagna. In compenso, i contenuti sono sempre gli stessi: la Sindone, il Graal, il Catino, l’Arca dell’Alleanza. Simboli di una religione primitiva, sempre in precario bilico tra magia e fede. Vediamo di tirarne fuori un senso, cominciando, se non altro, a mettere un po’ d’ordine in questo miscuglio disparato.

 

Partiamo dall’inizio: che ci vanno a fare Hugues de Payne e i suoi compagni a Gerusalemme? Veramente, pensano di riuscire, in nove, a vigilare le strade della Terrasanta? A rendere i tragitti più agevoli e i passi dei pellegrini più sicuri?  Ovviamente, no. Se sono lì, è a fare altro. Magari, a cercare le reliquie della Cristianità, sepolte sotto il tempio di Salomone. La prova? Ma proprio il fatto che re Baldovino li acquartieri  tra la spianata  del tempio e la moschea di al-Aqsa, dove potranno scavare a loro piacimento e recuperare  i tesori che vi sono stati nascosti.

Già, ma perché tutto ciò non avviene alla luce del sole? Perché nascondere un’impresa che poteva essere soltanto lodata e avrebbe ricevuto il plauso della Cristianità intera? All’unico scopo di evitare accaparratori e trafficanti di reliquie? No davvero; sotto la croce templare, c’è ben di più. Una storia che ha inizio nel  70 d. C., quando i legionari di Tito assaltano il tempio di Salomone. I sacerdoti, però, avvertiti del pericolo, riescono a nascondere nei sotterranei tutto ciò che il popolo ebraico ha di più sacro. Poi, quelli che riescono a scampare le spade romane fuggono in Europa, portandosi dietro il segreto. Stabiliscono anche un patto, che li lega e che tramandano ai figli, impegnandoli a tornare un giorno in Palestina per recuperare il tesoro sepolto. Goffredo di Buglione è uno di questi ed è lui  che sollecita la nascita dell’Ordine del Tempio per soddisfare l’impegno.

La storia si fa ancora più interessante, se ai sacerdoti sostituite i Beniaminiti, la tribù che diede ad Israele il primo re, unto del Signore: Saul. È per questo che, quando Goffredo di Buglione conquista Gerusalemme, rifiuta la corona, preferendo farsi chiamare Difensore del Santo Sepolcro.  Lui è l’unico a non aver  bisogno di rivendicare il titolo perché è suo di diritto, come discendente di Saul e legittimo sovrano dei popoli cristiani.

Non vi basta? Volete qualcosa di più eclatante? Eccovi accontentati. Quando Gesù muore, non lascia soltanto una madre e dei discepoli, ma anche una moglie, la Maddalena, e un figlio, che espatriano in Europa. Qui, nelle terre dei Franchi, danno inizio alla mitica stirpe dei Merovingi, i re taumaturghi con la voglia a forma di croce rossa tra le scapole. La stessa voglia che segna Goffredo di Buglione, continuatore della stirpe dopo il colpo di stato di Pipino di Heristal, che porta i Carolingi al potere.

 

Ma che cosa sono, in effetti, queste reliquie? In cosa consistono di fatto e qual è la loro storia leggendaria? Di alcune, come la Sindone custodita a Torino, oppure il Catino esposto a Genova,  si sa molto. Di altre, invece, come il Graal, più che sapere, si affabula. Ed è appunto ciò che cercheremo di fare anche noi, parlando del Graal, della Sindone e di svariate altre cose.

 

Ci rimane ancora da capire  per quali strade si sono incamminate, all’indomani della persecuzione di Filippo il Bello. Già, dove hanno nascosto, i Templari, quei tesori su cui il re di Francia contava di mettere le mani? Ma al sicuro, naturalmente. Quando, all’alba del 13 ottobre 1307, gli sgherri di Filippo invadono l’Enclos du Temple, del tesoro non trovano più, nemmeno l’ombra. Tre notti prima, infatti, un lungo convoglio di carri, fortemente scortato, lascia la sede dell’Ordine del Tempio. Appena fuori del mastio, la colonna si divide in tre parti:  la prima si dirige a La Rochelle, dov’è in attesa l’intera flotta templare; la seconda prende la strada di Tolosa e si perde nei meandri della regione dell`Aude; la terza, invece, raggiunge l’Italia meridionale e sosta alcuni giorni nella precettoria di Ninfa, vicino all’abbazia di Valvisciolo, prima di tornarsene a Parigi.

Richiamo la vostra attenzione sui luoghi menzionati perché hanno dato a loro volta origine ad altre storie. Ad esempio, dov’è finita la flotta che trasportava parte del tesoro? Quando Cristoforo Colombo arriva in America, le sue navi non portano forse vele con la croce rossa? E perché i selvaggi non se ne dimostrano sorpresi? Per queste domande, c’è una spiegazione sola: i Templari sono arrivati prima.

Nell’Aude, vicino a Carcassone, si erge la cittadella catara di Montsegur. Poco distante, c’è il paese di Rennes-le-Chateau, con  la sua chiesa fitta di segreti che descriveremo più avanti.

Quanto all’Italia, inutile dire delle molte voci su Valvisciolo e delle tante, vane ricerche condotte nei dintorni. Lungo il tragitto, però, la carovana deve aver seguito la strada per Genova, dove i Templari avevano una forte magione.

Allora, vuoi vedere che, forse, hanno bazzicato anche le nostre zone?

 

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