Questa relazione è stata presentata in occasione della Conversazione “I Trovatori e l’Amor Cortese” tenutasi presso il Cenacolo Casa Camilla in data 28 aprile 2007.
Roberto Maestri è fondatore e presidente del Circolo Culturale “I Marchesi del Monferrato”, svolge attività di ricercatore di storia medievale ed è autore di numerosi studi sulla storia del marchesato di Monferrato.
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Bonifacio nasce attorno al 1150, terzogenito tra i figli maschi, da Guglielmo V il Vecchio e Giulitta d’Austria. Probabilmente in gioventù partecipa alle guerre combattute dal padre contro i comuni di Alessandria, Asti e Vercelli. Il nome di Bonifacio è citato, per la prima volta, in una prelazione legale dell’imperatore Federico I, stipulata a Torino il 14 giugno 1178. Negli ultimi mesi dell’anno successivo, Bonifacio accompagna il fratello Corrado nelle trattative diplomatiche che riguardano il cancelliere imperiale, l’arcivescovo Cristiano di Magonza, catturato presso Camerino dallo stesso Corrado; dopo questo evento dobbiamo rilevare una mancanza di informazioni riguardanti Bonifacio negli anni immediatamente successivi.
Sicuramente in questi anni Bonifacio è coinvolto in alcune imprese cavalleresche in Liguria, episodi poi citati dal trovatore provenzale Raimbaut di Vaqueiras.
Dopo la partenza del padre per la Terra Santa, Bonifacio, con il fratello Corrado, si occupa della gestione del patrimonio aleramico, gravemente sottoposto a pressioni autonomiste da parte dei Comuni piemontesi e lombardi. Nel periodo successivo al 1184, lo troviamo, infatti, impegnato in alcuni adempimenti direttamente legati al governo del marchesato. A seguito della partenza del fratello Corrado per l’Oriente, Bonifacio assume il totale governo del marchesato; nonostante le difficoltà con il comune di Asti, sorte a metà del 1188, il suo prestigio è considerevole, tanto che Umberto III di Savoia decide, prima della sua morte (4 marzo 1189), che Bonifacio faccia parte del Consiglio di reggenza per il figlio maggiore Tommaso I, al fine di favorire una riconciliazione tra la casata dei Savoia e quella di Svevia. Bonifacio svolge abilmente anche questo ruolo; infatti, a Fulda, nel luglio del 1190, accompagna Tommaso da Enrico VI per prestare l’omaggio feudale all’imperatore. Tra il 18 ed il 19 gennaio 1191 Bonifacio si trova a Lodi con l’imperatore Enrico VI; sempre al seguito dell’imperatore, si reca a Bologna dove, l’11 febbraio, gli è concessa la messa al bando dei marchesi di Incisa e l’imposizione ai loro vassalli di prestare giuramento di fedeltà all’aleramico entro il termine di un mese. Successivamente Bonifacio fa ritorno in Monferrato e probabilmente cerca di impossessarsi delle proprietà dei marchesi di Incisa. Il 19 novembre 1191, Bonifacio compra da Ottone Del Carretto la signoria di Albisola e l’anno successivo avvia il consolidamento dei suoi possedimenti nel Piemonte m
eridionale: tali operazioni sono facilitate dalla duplice alleanza con il Comune di Alba e con il cognato Manfredo II di Saluzzo. Il 5 luglio 1192 Berengario, marchese di Busca, cede all’aleramico metà del castello e del borgo di Cossano Belbo ed un sedicesimo della contea di Loreto. Le operazioni condotte da Bonifacio provocano un inasprimento dei rapporti con Asti e forse, nel periodo compreso tra l’autunno e l’inverno, si verificano anche scontri militari; l’unica cosa certa è che l’11 aprile 1193 è stabilita una pace con condizioni vantaggiose per il Comune di Asti. L’attenzione di Bonifacio è poi rivolta alla necessità di soccorrere i suoi alleati lombardi nei confronti di Milano: l’esito delle operazioni militari sono, però sfavorevoli all’aleramico che, a Pavia, stabilisce di impedire ogni attività commerciale sul territorio del Monferrato ai milanesi.
Cessate le operazioni in Lombardia, Bonifacio si reca in Germania: il 16 settembre è presso l’imperatore a Kaiserslautern. Il soggiorno si prolunga per alcuni mesi ed il 4 dicembre Enrico VI concede a Bonifacio il feudo di Alessandria.
È interessante osservare che probabilmente Bonifacio riveste anche un ruolo nelle trattative tra l’imperatore del Sacro Romano Impero Enrico VI ed il re d`Inghilterra Riccardo I Cuor di Leone, che è stato fatto prigioniero; sicuramente, dopo la liberazione del sovrano inglese, ricevendo da lui una promessa di redditi feudali, Bonifacio gli presta, il 4 febbraio 1194, il dovuto omaggio. Risulta che, per i diritti così acquisiti, è fatto da parte inglese un versamento di 800 lire nell`anno 1197.
Bonifacio rientra in Italia agli inizi del 1194 e si trova a fronteggiare l’alleanza stretta tra i Comuni di Vercelli e di Asti: l’8 maggio gli astigiani informano l’aleramico dell’avvertimento posto da Manfredo Lancia di non acquisire beni nella contea di Loreto. Altri e più importanti impegni attendono Bonifacio.
Il 3 giugno Bonifacio raggiunge l’imperatore Enrico VI a Piacenza e con lui si reca a Genova per l’organizzazione della spedizione imperiale diretta alla conquista del Regno di Sicilia. A Genova Bonifacio vende all’albese Pietro Costanzo i suoi possedimenti in Mercenasco ed ai banchieri astigiani i suoi diritti su Felizzano. Nel mese di agosto il marchese prende il comando, con il podestà di Genova ed il siniscalco imperiale Marcualdo d’Anweiler, della flotta imperiale; il 21 agosto espugnano Gaeta ed il 24 Napoli. L’armata giunge a Messina il 1° settembre e Bonifacio deve svolgere il ruolo di mediatore nella disputa sorta tra i genovesi ed i pisani. Il marchese, in qualità di legato imperiale, assume il comando della spedizione destinata alla conquista della Sicilia orientale ed il 20 novembre entra a Palermo con l’imperatore, alla cui incoronazione partecipa il 25 dicembre.
Terminata vittoriosamente la spedizione in Sicilia, il marchese fa rientro nel Nord Italia, sempre al seguito di Enrico VI. Nel giugno 1195 troviamo Bonifacio con l’imperatore a Milano e successivamente a Como, dopodiché il marchese si trova a Moncalvo il giorno di Natale ed a Chivasso il 27 febbraio 1196. Bonifacio ritrova Enrico VI il 26 luglio a Torino e con lui raggiunge Pavia e Milano nel mese di agosto e Piacenza e Fornovo a settembre.
Rientrato in ottobre in Monferrato, il marchese riceve da Manfredi I Lancia la cessione di Dogliani e della contea di Loreto per la parte spettante ai Lancia, il tutto in cambio di un pagamento in oro. Giunge anche il momento di affrontare le divergenze tra il marchese ed Asti: l’imperatore affida l’incarico a Tommaso d’Annone che emette, l’11 febbraio 1197, ad Alba, una sentenza arbitrale favorevole a Bonifacio. Tale sentenza prevede che il marchese ottenga la cittadinanza di Asti, dove avrebbe acquistato una abitazione, e che sia assistito militarmente dagli albesi nella sua nuova qualità di cittadino anche di Alba. Bonifacio ha comunque sempre bisogno di raccogliere denaro, per questo, sempre nel mese di febbraio, vende Calliano all’albese Ottone Rappa; nello stesso periodo il Comune di Vercelli vieta ai suoi abitanti di accordare prestiti a Bonifacio. Il 28 settembre muore Enrico VI ed il Comune di Asti si rivolta all’aleramico stringendo, il 30 ottobre, un’alleanza con Alessandria ed occupando il castello di Annone. Bonifacio si prepara allora allo scontro convincendo Manfredi Lancia ad appoggiare i suoi alleati di Castagnole e Dogliani e cedendo, il 6 dicembre, a Bonifacio figlio del suddetto, Manfredo, Marchese di Saluzzo i feudi di Roddino, Cissone, Dogliani e 16 altre terre; Bonifacio di Monferrato ottiene anche il sostegno dei casalesi e dei signori di Cavagnolo, ma questo provoca, nel marzo 1198, l’intervento di Vercelli. Nel corso della primavera del 1198, hanno inizio gli scontri; Astigiani ed Alessandrini occupano Castagnole Lanze catturando Manfredi Lancia, i marchesi di Occimiano ed i Casalesi si alleano con gli Alessandrini: l’unica azione che Bonifacio può condurre è l’alleanza con Acqui ed Ivrea. Alla fine del marzo 1199, i Comuni di Piacenza e Milano, in rappresentanza della lega lombarda, emettono un arbitrato nel corso di un convegno a Pontestura: è stabilita una tregua tra le parti. Attendendo la sentenza definitiva, Bonifacio, nel mese di giugno, è costretto ad allearsi con Asti, Alessandria e Vercelli – sue nemiche – e con Milano e Piacenza, per partecipare ad una spedizione milanese nel bergamasco.
Bonifacio si reca in Germania, nell’autunno del 1199, per favorire un accordo tra Filippo di Svevia e Ottone di Brunswick nella lotta per la successione all’impero, ma la sua mediazione risulta infruttuosa.
Nel marzo 1200 Bonifacio è nuovamente in Italia: prima ad Ivrea dove incontra i signori di Bard, poi a Bra dove offre protezione contro gli astigiani.
Prima di procedere negli eventi è necessario esaminare alcuni aspetti personali della vita di Bonifacio. Siamo a conoscenza che nel 1179 Bonifacio è già sposato e sicuramente padre di almeno un discendente: è noto che il figlio Guglielmo, il 18 giugno 1191, combatte al suo fianco contro gli Astigiani. Nel frattempo, in Outremer, è morto il padre Guglielmo V, probabilmente nell`estate del 1191, e il fratello Corrado è stato assassinato, a Tiro, il 28 aprile 1192. Bonifacio ed il figlio Guglielmo rimangono gli unici rappresentanti maschili della dinastia monferrina. Guglielmo è nato probabilmente nella terzultima decade del secolo XII da una donna della famiglia dei marchesi del Bosco, alcune fonti, tra cui il Guichenon, affermano trattarsi di Eleonora, figlia d`Umberto III di Savoia, che in prime nozze avrebbe sposato il conte Guido di Ventimiglia; Eleonora, rimasta vedova, nel 1197, avrebbe sposato Bonifacio. Ma tale ipotesi rimane scarsamente attendibile, poiché Guglielmo nacque nel 1171 ed, inoltre, non esistono i presupposti storici per avvalorare un`alleanza tra la dinastia Sabauda e quella di Monferrato. Un`ulteriore ipotesi sostiene che, in realtà, Eleonora sia la seconda moglie di Bonifacio, in quanto la prima fu Elena dei Marchesi del Bosco o di Busca (come potrebbe sembrare a seguito di errate trascrizioni); tale ipotesi è confermata dal fatto che nel 1202, prima di partire per l`Oriente, Bonifacio delega suo figlio Guglielmo al governo del Marchesato, promettendo di riconoscere e sanzionare tutti i trattati da lui stipulati (e quicquid fecerit cum socero suo domino Bonifacio de Cravesana, et cum domino Manfredo de Saluzo et cum patruis suis marchionibus de Boscho). Un`ultima ipotesi è quella che la prima moglie di Bonifacio sia Agnese, figlia dell`imperatore Enrico e di una figlia del doge di Venezia, Enrico Dandolo, ma si tratta di una semplice congettura. In base alle cronache dello storico bizantino Niceta risulta che, nel 1186, gli ambasciatori dell`Impero d`Oriente si recarono nel Monferrato per offrire la mano di Teodora Angelina a Bonifacio, ma, informati del fatto che egli era già sposato, concordarono il matrimonio con Corrado, che era rimasto vedovo.
Bonifacio si comporta come un gran feudatario legato ai personaggi più importanti del suo tempo; a tal proposito basta rileggere quanto citato dal Carducci: “ Oltre la potenza e il senno, Bonifacio era specchio di cavalleria. Tutore di Tommaso, orfano di Umberto III di Savoia, gli salvò lo stato di qua dall`Alpi. Continente di costumi, campione non a parole di donne e donzelle, ............ amò avere intorno trovadori che gli allietassero di amorose canzoni i brevi ozi e cantassero i suoi fatti di cavalleria; intrattenne alla sua corte Guglielmo Faidit limosino, giullare, che trovò si bei compianti su la morte di Riccardo Cuor di Leone, a cui era stato accettatissimo; Pier Vidal di Tolosa, un Don Chisciotte dell`arte medievale; Rimbaldo di Vaiqueiras, un alunno della gentil contea d`Orange, cavalier trovadore”.
Prima di analizzare le vicende collegate ai Trovatori presso la corte Aleramica, è indispensabile sintetizzare chi erano e ciò che rappresentarono. Il primo trovatore pare sia stato Guglielmo IX d`Aquitania, detto il Trovatore (1071-1127) ma la poesia trobadorica si sviluppò, attraverso le regole codificate presso la corte di Eleonora d`Aquitania (1122-1204), regole che rappresentano un modello per le successive generazioni di trovatori. Questi poeti sono conosciuti come troubadour o trouvère in francese, troviere in italiano, e Minnesänger (menestrello) in tedesco. Il movimento dei trovatori è dapprima composto principalmente da signori e principi le cui corti diventano in poco tempo veri centri letterari. Alla base della poesia trobadorica è posto l’ideale dell’amor cortese, definito in occitano “fin amor”; per i trovatori l’amore non si limita al rapporto tra due persone, ma si pone l’obiettivo di educare la società alla convivencia, ossia all’arte di vivere assieme nel rispetto reciproco, nella larguesa (la generosità) e nella caritat: il tutto avendo come scopo quello che l’amore migliori i rapporti tra i singoli individui.
Gli scritti dei trovatori sono antesignani dell’espressione lirica in lingua volgare; le origini dei loro testi non sono ancora stati identificati con certezza, non potendo escludere una nascita di carattere liturgico, anche se la più rilevante produzione di opere è costituita da liriche dedicate all’amore.
Con i trovatori nasce la poesia moderna, e con essa i primi importanti poeti dell’amore che ispirano in modo fondamentale la nostra poesia in volgare da Dante a Petrarca, fino al Tasso ed ai poeti nostri contemporanei.
Raimbaut di Vaqueiras, che racconta le gesta di Bonifacio, è uno dei più importanti poeti trovatori dell’epoca; unitamente a Bertrand de Born, Peire Vidal e Anselmo Faidit giunge in Monferrato sotto la protezione del marchese. La corte aleramica, grazie al mecenatismo del suo marchese, diventa per i trovatori provenzali un prestigioso luogo di richiamo. Bonifacio ama lo stile di vita cortese e l’avvenenza delle dame che frequentano la sua corte, è particolarmente legato a sua figlia, Adelaide, moglie del marchese Manfredo II di Saluzzo, alla quale dedica i suoi omaggi il trovatore Peire Vidal. Vidal è originario di Tolosa, ed è stato bandito da Marsiglia per una questione di donne, dopo un lungo peregrinare approda verso il 1194 alla corte di Bonifacio dove viene a tenzone poetica con l’aleramico Manfredi Lancia, ma il suo carattere vanesio e la violenza dei suoi versi lo costringeranno a riprendere il suo peregrinare.
Un altro trovatore che in quegli anni ha contatti con la corte monferrina è Gaucelm Faidit, che in occasione della quarta crociata spronerà i cavalieri a seguire il "prode marchese" {pros marques) Bonifacio; in quella occasione anche altri poeti compaiono alla corte di Bonifacio, ma su tutti si erge la figura di Raimbaut de Vaqueiras che vi è arrivato nel corso del decennio precedente.
Raimbaut - narra la Vida scritta da un giullare contemporaneo - è figlio di un povero cavaliere del castello di Vaqueiras, in Provenza, «tenuto per matto». Il castello di Vaqueiras si trova nel territorio della Valchiusa, luogo tanto caro al Petrarca. che lo canta nei noti versi di "Chiare, fresche e dolci acque". Rimasto orfano, Raimbaut, è all`inizio accolto alla corte di Bertrand de Baux dove acquisisce l’istruzione poetica e militare, ma in seguito intraprende una vita errabonda esercitando la professione del giullare fino a quando non trova un luogo sicuro presso il marchese Bonifacio, che lo accoglie benevolmente e lo arma cavaliere. «In Voi - scriverà poi all`aleramico - ho trovato un ottimo signore che con cortesia mi ha nutrito e vestito e dal basso mi ha sollevato in alto rendendomi grato a corte e presso le dame». Come ricompensa Raimbaut serve fedelmente il marchese in pace e in guerra, partecipando nel 1194 alla già ricordata campagna di Sicilia: a Messina è proprio l`intervento del poeta, che lo protegge col suo scudo, a salvare la vita al marchese. Nasce un`amicizia profonda fra i due, che diventano inseparabili compagni di imprese cavalleresche. Racconta ad esempio lo stesso poeta come loro due, con appena tre compagni di avventura, sottraggano ad un odioso matrimonio la dama Giacobina di Ventimiglia, portandola al sicuro, dopo mille accidenti, in un castello del marchese dove la dama può convolare a giuste nozze con il suo amato. A proposito di amore, non va dimenticato che Raimbaut alla corte di Bonifacio si innamora della figlia del marchese, la bellissima Beatrice, moglie di Enrico del Carretto, che canta con il nome di Bel Cavallier ("Bel Cavaliere") e ne è, a quanto pare, riamato, fino a quando non interviene da parte della dama una certa freddezza che getta il trovatore nello sconforto. Sembra che comunque i due si riappacifichino nella primavera del 1202 in occasione delle solenni nozze della nipote del marchese Bonifacio, Agnese di Saluzzo, quando Raimbaut scrive la famosa canzone a danza (estampido) Kalenda Maia, la più antica di cui si conservino ancora le notazioni musicali. Come detto Bel Cavaliere è lo pseudonimo, con il quale Raimbaut nelle sue canzoni indica la dama del suo cuore, identificabile secondo la tradizione con Beatrice, figlia del marchese Bonifacio. Un antico commento alla sua opera poetica spiega l’origine del curioso pseudonimo scelto da Raimbaut e pone luce sulla vita della corte monferrina. Un giorno il marchese torna dalla caccia, entra nella sua camera, si slega la spada e la depone presso il letto: Beatrice, che è rimasta in camera, si toglie la sopraveste e, rimasta in gonnella, afferra la spada e se la cinge come un cavaliere; poi la sfodera, la brandisce e comincia a menar fendenti di taglio e di piatto. Infine, posa di nuovo l’arma presso il letto. Raimbaut, non visto, osserva tutta la scena da una fessura della stanza vicina e da quel giorno adotta per l’amata il nome di “Bel Cavalier”. È noto come l’amore dei trovatori non sia puramente platonico, ed è ancora un commento alla vita di Raimbaut a illustrarci un piccante episodio della relazione fra il poeta e Beatrice. Si narra dunque che un giorno il marchese di Monferrato trovi i due abbracciati e addormentati sul letto ma che, pur adirandosi, si trattenga e li copra con il suo mantello. Al risveglio Raimbaut si rende conto dell’accaduto e, si avvolge nel mantello del marchese, lo raggiunge e si getta ai suoi piedi chiedendogli perdono; Bonifacio, che è circondato dalla sua corte, gli risponde che lo perdona a patto che in futuro il poeta non si avvolga più nella “roba sua”. Raimbaut capisce l’allusione senza che i cortigiani comprendano a che cosa il marchese veramente si riferisca.
La più nota canzone di Raimbaut dedicata a Beatrice resta comunque Le Carros, scritta alla corte di Monferrato nel 1201, nella quale si racconta di un`immaginaria "guerra di dame" per dimostrare che la bellezza della monferrina è superiore a quella di tutte le altre signore dei Paesi vicini, non solo del Piemonte, ma della Lombardia, della Liguria, della Savoia e della Toscana. Il componimento è curioso perché, immaginando che le donne più belle dei suoi tempi - singolarmente elencate e ben riconoscibili dai contemporanei - si armino per assediare Beatrice, il poeta mette vivacemente in scena una campagna bellica con tanto di carroccio comunale (il Carros del titolo), trombettieri e macchine da guerra, evidenziando così la sua competenza anche in campo militare.
Le guerre, quelle vere, in quegli anni coinvolgono Raimbaut che combatte al fianco del marchese tanto contro il Comune di Asti quanto nella "bella impresa" d`Oltremare, la quarta crociata guidata da Bonifacio di Monferrato, e con il suo sehner morques (signor marchese), il poeta giunge fino al Regno di Tessalonica, dove ottiene feudi e onori, pur conservando nel cuore il rimpianto per la lontananza del "Bel Cavaliere", l`amata Beatrice. I due amanti non si rivedranno più.
All’inizio dell’estate del 1201 si verifica un avvenimento inatteso: Bonifacio è invitato a prendere il posto del conte di Champagne, Teobaldo III, designato quale comandante della nuova crociata per la Terra Santa, ma deceduto nel mese di maggio. Bonifacio parte, nell’agosto del 1201, per raggiungere i crociati a Soissons, passando prima per Parigi, dove discute con suo cugino Filippo II Augusto Capeto non solo riguardo alla crociata, ma anche circa le problematiche imperiali in Occidente. Dal re di Francia, il marchese riceve l’incarico di una missione diplomatica a Roma, con lo scopo di convincere il pontefice a desistere dall’opposizione a Filippo di Svevia. Il 10 settembre Bonifacio riceve a Soissons il comando della crociata ed i fondi che sono stati raccolti. Sulla strada di ritorno il marchese decide di recarsi in Germania per incontrare, ad Hagenau, Filippo di Svevia, forse anche per discutere della possibilità di deviare la crociata contro l’impero bizantino.
Bonifacio rientra in Monferrato agli inizi del 1202, ma deve quasi subito trasferirsi a Roma per discutere con papa Innocenzo III sia riguardo alla crociata sia riguardo all’ambasciata di Filippo II.
Nonostante i molti gravosi impegni, Bonifacio trova il tempo, il 21 aprile, di dirimere, a Lerici, una disputa sorta tra Genova e Pisa.
Quando a maggio il marchese fa rientro in Monferrato decise di risolvere i contrasti con Vercelli, accettando la precedente sentenza arbitrale e vendendo Trino, Lucedio e Pontestura ai vercellesi. Il 25 luglio Bonifacio è nuovamente a Vercelli per concludere gli accordi matrimoniali tra il nipote Bonifacio di Saluzzo e Maria di Sardegna. Il marchese delega al figlio Guglielmo il compito di redigere accordi con Alessandria ed Asti.
Il 15 agosto Bonifacio raggiunge Venezia per assumere il comando della crociata, ma, per motivi che restano sconosciuti, non parte con la flotta nel mese di ottobre. Il marchese raggiunge nel mese di dicembre i crociati a Zara dove riesce a convincere i veneziani, al comando del doge Enrico Dandolo, e gli altri comandanti crociati ad accettare l’accordo con Alessio Angelo – pretendente al trono di Bisanzio – per deviare la crociata su Costantinopoli. La decisione di Bonifacio provoca la scomunica dei crociati da parte del pontefice nel mese di marzo 1203. La flotta crociata si trasferisce a Corfù ed alla fine di giugno arriva davanti alle mura di Costantinopoli. I bizantini rifiutano di destituire l’imperatore Alessio III, per questo i crociati, il 17 luglio, assaltano la città che, dopo la fuga dell’imperatore, si arrende. Il giorno successivo Bonifacio scorta Alessio Angelo in città dove, il 1° agosto, è incoronato con il nome di Alessio IV. Il marchese quindi accompagna il nuovo imperatore in una spedizione nei possedimenti bizantini allo scopo di vincere ogni forma di resistenza; l’11 novembre rientrano a Costantinopoli, ma la situazione è profondamente mutata: i bizantini non sono in grado di soddisfare le richieste economiche dei crociati. Nel volgere di pochi mesi la situazione precipita: una insurrezione dei greci causa la morte di Alessio IV e l’elezione di Alessio V Murzuflo. A questo punto Bonifacio ed i veneziani stabiliscono con gli altri comandanti crociati un accordo per la spartizione dell’impero bizantino. Dopo un breve assedio, il 12 aprile 1204, la città è incendiata e saccheggiata dai crociati, Bonifacio è acclamato dalla folla e dal clero come nuovo imperatore. I veneziani temono però che un uomo potente come Bonifacio, parente di Filippo di Svevia ed alleato di Genova, divenga imperatore; di conseguenza il doge favorisce l’elezione ad imperatore di Baldovino di Fiandra.
Bonifacio ovviamente chiede una ricompensa per la mancata elezione ad imperatore: il regno di Tessalonica, città su cui la dinastia aleramica vanta diritti acquisiti da Ranieri e Corrado, fratelli del marchese. Baldovino di Fiandra temporeggia in attesa di prendere una decisione. Bonifacio, che intanto ha sposato Maria - vedova dell’imperatore Isacco II Angelo – ottenendo la tutela dei figli, passa all’azione: occupa Didimotico e pone l’assedio a Adrianopoli. Il marchese cerca di convincere i Greci a riconoscere come loro imperatore Emanuele, figlio primogenito di Maria e di Isacco II. A questo punto l’imperatore è costretto ad accettare le richieste del marchese concedendogli il titolo di re Tessalonica, la Macedonia meridionale, una parte della Tessaglia, la Beozia, la Corinzia e l’Argolide, all’unica condizione di essere riconosciuto da Bonifacio come suo Signore. Bonifacio, che intanto ha ceduto i suoi diritti su Creta ai Veneziani in cambio di denaro, accetta la proposta e prende possesso dei suoi territori.
Nel corso della primavera del 1205, dopo aver affidato il governo di Tessalonica alla consorte, Bonifacio con il figliastro Emanuele – che gli garantisce l’appoggio della popolazione – si spinge nella parte meridionale della Tessaglia riuscendo a catturare l’ex imperatore bizantino Alessio III, che è inviato con la moglie in Monferrato presso l’Abbazia di Lucedio.
La cavalcata dell’aleramico è trionfale: oltrepassate le Termopili, occupa Tebe ed Atene, pone sue guarnigioni nell’Eubea, prende possesso di Corinto ed avvia l’assedio all’Acrocorinto ed a Nauplia. Nel corso dell’estate 1205, mentre è impegnato nell’assedio di Nauplia, Bonifacio riceve la notizia che Tessalonica si è ribellata a sua moglie e che le truppe bulgare al comando dello zar Kalojan hanno invaso la Macedonia e occupato la città di Serre. Rientrato a Tessalonica, Bonifacio trova la situazione tornata alla normalità, con le truppe bulgare che si sono ritirate: il marchese può quindi dedicarsi al rafforzamento delle difese del suo regno.
In questo periodo nasce Demetrio, figlio di Bonifacio e di Maria; ancora una volta il marchese dimostra la sua sagacia assegnando al figlio il nome del Santo protettore di Tessalonica.
Bonifacio è consapevole della fragilità delle conquiste ottenute dai crociati e della necessità di costituire un unico fronte latino da contrapporre ai Bulgari: l’occasione giunge nel 1206 quando, grazie alla mediazione di Ottone de la Roche – signore di Atene ed amico fedele del marchese – propone ad Enrico di Fiandra, fratello di Baldovino e suo successore quale imperatore, il matrimonio con sua figlia Agnese. La proposta è accettata ed Agnese, giunta a Costantinopoli su una nave genovese salpata da Portovenere, sposa l’imperatore nella basilica di Santa Sofia il 4 febbraio 1207. Bonifacio non partecipa alla cerimonia in quanto impegnato nella fortificazione delle città di Serre e di Drama.
Bonifacio incontra Enrico di Fiandra nell’estate, presso Ipsala, concordando anche una serie di operazioni militari da condurre contro i bulgari in autunno.
Il marchese fa quindi rientro a Mosinopoli ed, informato che i Bulgari stanno effettuando delle scorrerie, decide di compiere un’incursione sui monti Rodopi, ma cade in un’imboscata: il 4 settembre 1207 è catturato e trucidato dai Bulgari, forse assieme al fedele amico Raimbaut di Vaqueiras, e la sua testa è consegnata allo zar Kalojan.
L’eredità del regno di Tessalonica spetta alla moglie Maria ed al figlio Demetrio, mentre in Monferrato il potere è assunto dal figlio Guglielmo VI.
La morte di Raimbaut de Vaqueiras non provoca però la scomparsa dei trovatori presso i signori monferrini. Anzi, nella prima metà del Duecento vi è un vero esodo dalla Provenza alle corti italiane, provocato anche dalle conseguenze della cosiddetta "crociata contro gli Albigesi" che causa la rovina dei conti di Tolosa, grandi protettori di poeti.
Presso la corte di Monferrato sosta, infatti, il fiero Folchetto di Romans, che qui pare scambiare aspri versi con Baldovino di Fiandra in occasione del passaggio dei crociati, per poi recarsi alla corte di Ottone del Carretto, lamentandosi della scarsa generosità del marchese Guglielmo, figlio degenere di Bonifacio.
Il nuovo marchese non è affatto amato dai trovatori, che lo fanno bersaglio delle loro pungenti invettive; così nel 1224 Elia Cairel, lo accusa di viltà perché non si preoccupa di vendicare la morte del padre, e gli scrive: «voi preferite due buoi e un aratro in Monferrato che essere imperatore altrove». Già dieci anni prima, d`altra parte, il giullare Taurel aveva alluso alla debolezza - forse non solo politica - del marchese chiamandolo in modo oltraggioso Guglielmina (Guillelmona, in provenzale, ma in quel caso era prontamente intervenuto a sua difesa un altro giullare di corte, Falconet. I marchesi discendenti di Bonifacio I non si dimostrano politicamente all`altezza dell`illustre predecessore, anche se continuano ad ospitare i poeti nei loro castelli. Anche Lanfranco Cigala, trovatore genovese, lancia, infatti, nel 1242 un feroce sirventese contro il marchese Bonifacio II, reo di essere passato per denaro con il papa e la Lega lombarda, abbandonando il tradizionale partito imperiale e disonorando in questo modo «la fama che Monferrato aveva in tutto il mondo».
Sono gli ultimi versi di quella "gaia scienza" che ha allietato la corte dei marchesi aleramici e che si rifugia adesso nel rimpianto del buon tempo antico e della gloriosa dinastia, ormai avviata al tramonto, e che in maniera così luminosa rappresentò l`ideale della cavalleria. I trovatori cessano di incitare i marchesi proprio nel momento in cui la poesia provenzale raggiunge in Italia la più ampia diffusione, ma ormai i rapporti tra la corte di Monferrato ed i trovatori appartengono al passato.
Immagini
Bonifacio acclamato comandante della IV Crociata.
Bibliografia
Per un approfondimento degli argomenti trattati nel presente studio si consiglia la lettura dei seguenti testi:
Angold M., L’impero bizantino (1025-1204). Una storia politica, trad. it., Napoli 1992.
Barbero A., La corte dei marchesi di Monferrato allo specchio della poesia trobadorica: ambizioni signorili e ideologia cavalleresca fra XI e XIII secolo, in "Bollettino Storico Bibliografico Subalpino, 81 (1983) = (Aleramica), pp. 641-703.
Carducci G., I trovatori alla corte dei marchesi di Monferrato, in Edizione nazionale delle opere di Giosuè Carducci, IX, Bologna 1935-40, pp. 121-145.
Carducci G., Gli Aleramici (leggenda e storia), in Edizione nazionale delle opere di Giosuè Carducci, XXII, Bologna 1937, pp. 313-350.
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Pistarino G., Donne medioevali sullo sfondo delle gesta di Bonifacio di Monferrato e Raimbaut de Vaqueiras per Giacomina di Ventimiglia, in Miscellanea Duemila.Comunità montana “Alta Val Bormida”, Millesimo 2000 [I libri dell’Olmo. Collana di studi valbormidesi diretta da G. Balbis, 1], pp. 15-28.
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